NOSFERATU IL VAMPIRO (1922). IL PRINCIPE DELLE OMBRE DI MURNAU

Nosferatu è una parola che richiama quella greca, il νοσοφόρος e può essere tradotta come “colui che porta con sé la malattia”. È proprio in questo giro di parole che è racchiusa una pozione importante relativa alla storia del cinema del Ventesimo secolo, sintetizzata in poco più di un’ora e mezza di immagini e suoni che hanno indelebilmente lasciato un segno nell’arte e nella cultura occidentale.

    Nosferatu il vampiro (1922), conosciuto anche col suo titolo originale tedesco di Nosferatu, eine Symphonie des Grauens, è una pietra miliare, degna rappresentante della fase più prolifica dell’espressionismo ma trova la sua importante impronta nella genialità del suo regista, Friedrich Wilhelm Murnau. Opera appartenente all’universo del cinema muto, è liberamente tratta dal romanzo Dracula (1897) dello scrittore irlandese Bram Stoker e, fatto molto curioso, solo una copia della sua pellicola è miracolosamente giunta integra sino ai nostri giorni. Un’opera sfortunata sin dal suo primo lancio nel mercato poiché andata indigesta agli eredi di Stoker che, nonostante l’ottimo lavoro di sceneggiatura ed adattamento del testo di Henrik Galeen tra cui la modifica del titolo oltre che i nomi dei personaggi, fecero causa alla casa di produzione, la Prana Film G.m.b.H., per violazione dei diritti d’autore. Un fatto gravissimo che minò non solo l’esistenza stessa della Prana Film ma la costrinse a ritirare tutte le copie dell’opera che erano già state messe in circolazione. Solo una sopravvisse e fu oculatamente nascosta, destinata a rimanere quale preziosa superstite, testimone di un universo magico, visionario, orrorifico ma anche fedele polaroid della storia delle diverse pesti nere che avevano preso in mano i destini dell’Europa anticipando il pericolo del nazionalsocialismo e del nazismo con le loro tragiche conseguenze, nefaste per tutto il globo.

    Quella che Murnau è riuscito a creare è “una sinfonia dell’orrore”, suddivisa in cinque atti (alla stregua di un’opera teatrale) che ruota attorno alla raccapricciante figura del principe dei vampiri, il conte Dracula del romanzo di Stoker, nome riadattato in Orlok. Un mostro mitologico che richiama molto la Romania e la montuosa regione della Transilvania, famosa per i suoi manieri ma anche per le diverse leggende legate al vampiro che viveva in un castello cibandosi del sangue di ignari vittime innocenti cadute malauguratamente nei suoi piani mortali. Un personaggio su cui a lungo si è dibattuto e studiato ma al regista tedesco va il merito di avergli donato delle sembianze mostruose e deformate, elemento classico della corrente espressionista già a partire da Il gabinetto del dottor Caligari (1920) di Robert Wiene, oltre anche un volto, quello di Max Schreck, destinati a rimanere topici nella storia della settima arte e, soprattutto, dell’horror. Il conte Orlok è il vampiro per eccellenza, dai canini aguzzi e sporgenti adatti ad azzannare i colli delle vittime, le orecchie le dita delle mani allungate (come ad imitare delle antenne), gli occhi spiritati e l’imponente statura. Porta con sé la peste nera capace di sterminare l’intera Europa nel Dodicesimo secolo (quello della prima grande devastazione) così così come nel Ventesimo. È un essere che si nutre del sangue di altri uomini, porta la morte ma, soprattutto, genera tanta paura già solo alla sua vista. Il Nosferatu di Murnau è il vento nero che aveva già colpito il mondo intero nel corso della Grande Guerra ma che ancora non aveva del tutto cessato di soffiare e, come tutti i capolavori che si rispettino, preannuncia la bufera della seconda guerra mondiale e il mostro chiamato Adolf Hitler. Una previsione oscura, frutto della sensibilità degli intellettuali dell’epoca che, come pochi altri, sapevano cogliere e dare anche un senso agli sconvolgimenti sociali e politici che stavano caratterizzando la Germania e, più in generale, l’Europa di quegli anni.

    L’inizio del film è molto simile a quello di un racconto di cronaca e parte proprio dall’arrivo della peste nella cittadina tedesca di Wisburg, posto da cui prende avvio la sua trama, nel 1838.

    “Nosferatu: questo nome non suona come un urlo di morte a mezzanotte? Non pronunciatelo forte o le immagini della vita svaniranno nelle ombre e gli incubi aumenteranno e si nutriranno del vostro sangue. Ho meditato a lungo sull’inizio e la fine della peste nella mia città di Wisburg. Ecco la storia…”

Da qui il focus si sposta su una giovane coppia, Thomas Hutter (Gustav von Wangenheim), agente immobiliare e la moglie Ellen (Greta Schröder). I due vengono a conoscenza mediante il titolare dell’agenzia, Knock (Alexander Granach) che un certo conte Orlok, dalla lontana Transilvania, è interessato a prendere casa nella cittadina ove loro vivono. Thomas è preso dallo stupore ma anche dal desiderio di partire alla volta della lontana regione rumena, nonostante sappia delle difficoltà del viaggio, con la voglia di concretizzare l’affare importante. Sua moglie, invece, viene rapita da strani presagi. In effetti qualcosa di insolito è celato dietro la curiosa faccenda ma l’uomo decide comunque di partire. Arrivato nel villaggio, poco distante dal castello del conte, ha modo di verificare dai racconti della gente del luogo della presenza di malefiche creature dalle quali bisogna stare lontani mentre nella stanza in cui alloggia trova un libro in cui legge dell’esistenza del vampiro Nosferatu che “beve e si nutre del sangue del genere umano, abita senza redenzione in sotterranei spettrali”. Il suo stupore alla lettura delle parole del testo si unisce anche alla paura che, pian piano, prende il sopravvento dell’animo del giovane uomo così come si insinua in tutto il film. Questo, però, non basta a far arrestare Hutter dall’obiettivo del suo viaggio e la mattina seguente si fa accompagnare da una carrozza verso il castello del conte Orlok. Tuttavia viene lasciato quasi a metà strada, perché il cocchiere si ferma dicendogli: “Non andremo oltre! Qui inizia la terra dei fantasmi”.

    Cambia l’atmosfera del film che diventa cupa, nera, tetra. Nel castello il giovane Hutter ha modo di capire che non solo ciò che ha saputo sul conte è vero ma cade egli stesso preda della sua fame di sangue umano. Ma Nosferatu non si ferma a lui: scorge una foto della sua giovane moglie e se ne impossessa fino ad organizzare un viaggio su una nave in cui si imbarca carico di bare piene di terra portatrici della peste nera. A Thomas Hutter non rimane che una corsa contro il tempo per raggiungere la sua Ellen e strapparla dalle mostruose mani del vampiro seppure nulla può impedire al malefico essere di completare il suo piano diabolico, ma non del tutto. Solo l’amore di Ellen riuscirà a porre fine alla sete eterna di sangue di Nosferatu e lo farà pagando un caro prezzo: la sua stessa vita.

    Nonostante le tristi vicende legate alla sua distribuzione e a quasi cent’anni dalla sua prima, il 4 marzo del 1922 nella “Marmorsaal”, la sala del Giardino Zoologico di Berlino, Nosferatu è diventato uno dei capolavori fondativi della storia del cinema mondiale. Sono tanti i meriti che critici e cineasti hanno riconosciuto alla pellicola ma, uno tra i tanti, è l’aver introdotto un’importante dose di realismo che ha ridotto il ricorso ad un’architettura scenografica studiata ad hoc per rendere deformata la realtà; a Murnau gli è bastato un uso diverso, consapevole e anche maturo della macchina da presa riuscendo nell’obiettivo di far viaggiare lo spettatore in una dimensione altra, non senza trascurare il suo personale punto di vista riuscendosi ad imporre quale unico deus ex machina di tutta l’opera. Nemmeno la deformazione dei volti è molto marcata: gli bastano i due personaggi cattivi, Nosferatu e il suo fido Cnock, ad aver i tratti mostruosi, agli altri lascia la loro naturalezza espressiva con la carica di umanità e di emozioni. In questo va oltre la lezione del puro Espressionismo preparando lunghe autostrade ricche di stimoli e suggestioni per le generazioni future. Di certo Murnau è riuscito più di tanti altri a far vivere all’uomo/spettatore il brivido della paura, elemento centrale di un horror che si rispetti, una lezione dalla quale molto hanno appreso fila di cineasti degli anni avvenire. Molte opere ne hanno ripreso trama, personaggi ed anche inquadrature, due dei quali sono Nosferatu, il principe della notte (1979) di Werner Herzog e L’ombra del vampiro (2000) di E. Elias Merhige a testimonianza della sua grande attualità e fascino che continua a destare nell’immaginario collettivo dell’uomo di oggi che ha ancora molto da imparare da capolavori come quello di Murnau.

    Perché la peste nera è ancora in agguato, e la paura ci può ancora insegnare a coltivare il bene e l’amore.

ANNA STUDIALE

ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

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