LEONARDO SCIASCIA, RITRATTO DI UN UOMO

Sciascia nasce l’8 gennaio 1921, io vent’anni prima. Nonostante in gap generazionale, ho subito provato una forte empatia il giorno in cui lo intervistai. Non faccio fatica a rievocare la piacevolezza e l’emozione vissute durante quella chiacchierata che mi vide confrontarmi con uno dei letterati siciliani più illustri di ogni tempo, dalla cui creatività tanto cinema ne è sgorgato, e gli anni trascorsi non ne riducono l’intensità e la vividezza del ricordo.

    “Vent’anni fa, certamente, avrei suggerito ai giovani di restare in Sicilia. Oggi, ai giovani, consiglio la fuga!”.

    Così esordisce Leonardo Sciascia, i gesti quieti e un po’ impacciati, la voce smorzata che sembra uscirgli a fatica dalla gola anche se lui è disposto a parlare, a spiegarsi, a collaborare, gli occhi lustri e sornioni che sono quasi la sintesi della Sicilia.

    “Vent’anni fa, insieme all’autonomia, nasceva in Sicilia la speranza: esistevano prospettive concrete di progresso, di benessere, di rinascita. Adesso c’è delusione. E sfiducia. L’emigrazione continua a succhiare avidamente le forze migliori e in Sicilia rimangono i vecchi. Sono vecchi, cupi, tristi, rassegnati. Già morti.

      Su questa terra assolata, che non è tutta dolore, ma anche gioia, estroversa, primitiva, si spande minacciosa l’ombra della morte. I giovani non devono sapere, di morte, di dissoluzione, di annientamento. I giovani devono rimanere protesi verso la vita, con forza, devono avere la volontà di costruire, di agire.  Se restano, si lasciano coinvolgere. Diventano fiacchi, senza slanci”.

    È piccolo, grigio, minuto. L’abito, la faccia, le mani. Piccole, grigie, minute anche quelle. Una figura anonima, senza curiosità. Un siciliano spento, senza colore. Con quella conversazione faticosa, con quella compostezza serena da rituale contadino, sembra incapace di grandi passioni: invece è probabile che i suoi furori siano violenti, che le sue collere siano estreme, che i suoi risentimenti siano irrimediabili.

    Ama la solitudine, una solitudine un po’ scontrosa, piena di silenzio, e fa lunghi viaggi ogni anno per stare in mezzo alla gente del mondo; trova inutile, superfluo, insensato, rimanere in Sicilia e alla Sicilia non sa rinunciare, né sa rinunciare al calore assoluto che la Sicilia gli offre, gli umori grassi e profumati della terra, la sensualità che rende l’aria spessa; rappresenta in qualche modo la cultura ufficiale – Barzini l’ha definito lo scrittore italiano più interessante, i registi che individuano pretesi cinematografici nei suoi romanzi come un tempo avveniva per i romanzi di Moravia, la critica impegnata che si scomoda a recensirlo – e passa i pomeriggi a leggere gialli carichi di suspense e libri di storia ameni.

    D’inverno vive a Caltanissetta in una casa scura, impersonale, arredata con malinconici mobili di famiglia e con tavole e sedie di un improbabile stile svedese, modesta se le pareti non fossero tutte tappezzate di quadri bellissimi, un nudo di donna pastoso e allusivo, disegnato da Guttuso, due deliziose figurine di Emilio Greco, rapidi tratti a inchiostro di china da cui sboccia la testa ricciuta di un bimbo, il profilo delicato di una donna, un Helleu – il pittore che Einaudi ha scelto per illustrare le edizioni dei libri di Proust –, diversi Ben Shahan, un autore americano moderno, paradossale, protestatario.

    D’estate si rifugia nella campagna di Racalmuto, in una piccola casa di pietra scossa dal vento, senza alberi intorno, con le spighe alte che, quando sono gravide, raggiungono i davanzali e si piegano sotto il peso del frutto e sbattono insistenti contro i vetri delle finestre, con un suono sordo ed incoerente, come farfalle rese ubriache dalla luce.

    I rumori del caldo lo eccitano come una droga: in questa condizione di euforia provocata, la natura intorpidita dallo scirocco, il sibilo estenuante delle cicale, scrive le sue storie. Se le costruisce con metodo, con pazienza; quattro cartelle ogni giorno e l’indomani la quarta da rielaborare perché l’ultima gli riesce sempre stentata, fiacca, insincera. Scava con insistenza nel passato perché ritiene che la conoscenza di un mondo accertabile, senza segreti e senza emozioni immediate, serva a chiarire il presente: lavora con gioia, senza fatica.

    Trascina i personaggi che la storia gli offre in imprese avventurose, sconvolgenti, colorite spesso di giallo, li fa partecipare a congiure di palazzo e a complotti di mafia, li precipita nel nulla più buio, profondo e assoluto e non li assolve mai, abbandonandoli alle loro colpe e ai loro eroismi. Vive i dubbi, le incertezze, gli stupori dei suoi personaggi. E i suoi mutamenti d’umore sono rapidissimi: dalla gioia più piena ed esaltante all’angoscia più scura e irrimediabile.

    Adesso è suggestionato dalle invasioni barbariche del barone Pisani, un nobile palermitano che professò con ostinazione fanatica il culto della follia, fondò manicomi in Sicilia, vi raccolse una pittoresca schiera di pazzi, li fece oggetto di un’adorazione maniaca e profana, elevò piccoli monumenti in onore dei più singolari e bizzarri fra i suoi protetti e , alla fine, dalla lunga pratica di questi assurdi personaggi ricevette un’influenza nefasta: rimaneva a contemplare un grande dipinto raffigurante il più feroce dei suoi amici, fastosamente addobbato e con una luce di trionfo negli occhi, per delle ore, fino ad estenuarsi, fino ad assimilare la sua follia.

    “Il barone Pisani, un personaggio favoloso che amava Mozart e che si dedicava all’archeologia, che risolveva i suoi drammi intimi tuffandosi nel mondo abnorme dei pazzi, vivendo insieme a loro, santificandoli quasi, in un momento in cui in Europa la pazzia era considerata poco meno che la succedanea della lebbra, mi interessa in quanto dimensione della follia siciliana” – spiega Leonardo Sciascia. – “Perché esiste una follia siciliana – soggiunge e sorride appena – una follia latente, tenebrosa, sotterranea, sempre pronta ad esplodere: quel ritenere. Ad esempio, perfetta la forma di vita che viviamo invece è la più assurda, la più irrazionale.

    Ne abbiamo un’intuizione felice ne Il Gattopardo: la diagnosi , forse più attendibile, della follia siciliana. E poi  ci sono tutte le implicazioni pirandelliane. Nell’Enrico IV , Pirandello dice: “Mi metto in ginocchio dinnanzi ai pazzi“, riconoscendo anche lui una componente sacra alla pazzia.

    I drammi della follia di Pirandello sono tutti autentici. Le sue opere non nascono da costruzioni fantastiche, da intenzioni cerebrali: derivano immediatamente dalla realtà. Pirandello non ha elucubrato niente. È stato, essenzialmente, uno scrittore realista. Il più realista tra quelli della sua generazione: Verga, Capuana, De Roberto.

    Amo molto Pirandello, come scrittore, per le novelle più che per il teatro, ma lo amo poco come personaggio. Mi sembra mistificatorio quel volere riportare il suo mondo alla biografia, quel volere dilatare al massimo le dimensioni del suo dramma. Non c’è stato dramma nella vita di Pirandello.

    Non era facile, tuttavia, smitizzare Pirandello. Potevano farlo soltanto due scrittori geograficamente vicini a lui, due girgentani: Gaspare Giudice, che è nato a Favara, ed io che sono nato a Racalmuto”.

    I conflitti del Sud, con i paradossi e gli eccessi del Sud, la necessità di dire Girgenti alla maniera arcaica, piuttosto che Agrigento alla maniera moderna, l’attaccamento viscerale alla terra, non alla Conca piena di verse, con gli agrumi e l’erba tenera, ma al cuore della Sicilia, alle vallate pietrose, aride, desolate, con gli ulivi duri e i pascoli pieni di stoppie, il bisogno aspro di mettere tutto in discussione, anche i fatti accertati, anche le verità rivelate. E poi, alla maniera dei siciliani di razza, certe insospettabili inclinazioni per una realtà diversa, senza ruvidezza, non priva di compiacimenti estetizzanti: la Francia dei boulevard e della cultura sofisticata.

    Dalla letteratura francese, quella che da Settecento arriva fino a Velery, si è lasciato condizionale intellettualmente per anni: è la letteratura della quale ancora oggi si alimenta, la letteratura che per più di un secolo ha posto la Francia nei confronti del resto d’Europa nella condizione di produttrice di cultura principale, la letteratura per la quale la Francia orgogliosa raggiunse punte di sciovinismo smodato e disperato. I legami fra Sicilia e Francia sono antichissimi: senza l’influenza di Zola e del verismo non si sarebbe verificata, probabilmente,  l’esplosione di narrativa siciliana, senza le suggestioni di Parigi l’aristocrazia siciliana sarebbe stata, forse, meno favolosa e inquietante.

    “I miei libri – spiega Sciascia ed è compiaciuto, ma in maniera aperta, senza reticenza, senza falso pudore – hanno molto successo in Francia. Li studiano, li traducono, li discutono. La mia formazione, a parte l’influenza di De Roberto e quella di Manzoni, il Manzoni illuminista, naturalmente è essenzialmente francese. Anche la mia maniera di raccontare è francese. Lo dicono i critici d’Oltralpe: hanno osservato che io scrivo dei “contes philosophiques“, e che la misura della mia narrazione sta in mezzo al pamphlet e il racconto filosofico alla Voltaire e alla Diderit“.

    Come molti uomini di cultura moderni, anche Leonardo Sciascia ritiene che il romanzo sia in agonia. Almeno in Italia, Paese in cui non esiste, a suo avviso una tradizione rilevante, significativa, a parte l’episodio de I vicerè e quello de I promessi sposi. Negli altri Paesi, in Inghilterra, in Francia, il romanzo ha già compiuto per intero la sua parabola evolutiva, è già arrivato alla sua perfezione, è riuscito ad essere “ben fatto”, per usare l’espressione di un critico americano, ed ha quindi bisogno adesso di essere distrutto, sconvolto annullato, per ossigenarsi e ricominciare a vivere.

    Trova invece singolarissima, vitale, l’esperienza narrativa dei giovani autori e cineasti tedeschi, come Alexander Kluge e Peter Weiss, per quel loro tentativo di redenzione del documento, per quel loro tentativo di nobilitare, in termini letterari, le certezze della storia. Il documento certo, preciso, inconfutabile, lo affascina più della fantasia precaria, mutevole, superflua. Il ragionamento, la logica, rassicuranti ed incontestabili, lo suggestionano più all’invettiva, macchinosa, insincera.

    In questo suo amore per il documento, in questo suo rispetto per la logica, c’è l’insicurezza ancestrale dei siciliani umili che, per coltivare bene la terra, si aggrappano alle certezze antiche della natura e non si affidano mai alle previsioni astratte dei meteorologi, agli improbabili suggerimenti degli agrimensori.

    Il disagio letterario si può risolvere in due direzioni: nel senso dell’esaltazione del documento e nel senso della rivalutazione del giallo. Crede nella validità del romanzo di denuncia condotto con la tecnica rapida ed invogliante del giallo. Nella forma del giallo è possibile, secondo Sciascia, comunicare al pubblico fatti molto gravi, è possibile dare l’esatta misura delle crisi e della corruzione di una società.

    “Un giallo – spiega meglio – che sia di buona azione. Non il giallo convenzionale che sollecita istinti grossolani, ma il giallo ideologico. La nostra società non è ancora matura per esprimere questo tipo di giallo. In Francia, invece, hanno Simenon, un Dostoevskij mancato. Con la descrizione degli ambienti, con l’analisi introspettiva dei personaggi, con i dilemmi della coscienza, Simenon fornisce un quadro acuto e sconcertante della provincia francese contemporanea”.

    Vorrebbe scrivere adesso un libro sulla Sicilia, un lingo racconto che fosse un po’ la sintesi dei fasti e delle miserie di questa terra straordinaria. La Sicilia fermata in un momento particolare della sua storia, con il favoloso patrimonio di consuetudini e tradizioni che si decompone, con la realtà millenaria che si spezza. Quale sarà il volto della Sicilia che si innesta nel suo passato?

    “Un avvenire cupo. Di disordine, di incertezza. La Sicilia, per sopravvivere avrebbe dovuto essere proiettata verso i Paesi africani, un mondo giovane, ricco di fermenti, stimolante. Invece si ostina a ribaltarla indietro, a rovesciarla verso l’Europa. L’Europa non ha bisogno della Sicilia e non smetterà di respingerla”.

    E poi – soggiunge con un sorriso mesto, ma non c’è rassegnazione nelle sue parole, non c’è abbandono – esiste il problema mafioso. Non la mafia feroce, sanguinosa delle lupare, ma la mafia ambigua del sottogoverno. Più grave, più pesante”.

BIANCA CORDARO

Redazione, ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

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