Il GOLEM – COME VENNE AL MONDO (1920). LA STORIA DI UN MOSTRO “SACRO”, TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO

Il Golem – Come venne al mondo (1920), conosciuto da molti anche col titolo di Bug, l’uomo d’argilla, è un film muto diretto da Carl Boese e Paul Wegener, seppure alcune fonti testimoniano la co-direzione anche di Henrik Galeen; si tratta di una pellicola che rappresenta una delle pietre miliari non solo dell’espressionismo tedesco ma di tutto il genere horror, filone che molto successo ha avuto nella storia della settima arte dai primi anni Venti del Novecento fino ai nostri giorni.

    La sua importanza non la si può soltanto addurre alle componenti artistico-espressive proprie dell’espressionismo, tutte magistralmente rappresentate, ma anche alla figura del Golem, il primo mostro del cinema occidentale la cui genesi affonda nella tradizione culturale propria del mondo ebraico e, più in particolare, al suo universo legato al fantastico ed anche all’esoterismo.

    Siamo nella Germania della Repubblica di Weimar, all’interno di un momento storico di grande vivacità artistica rappresentata, per l’appunto, dall’espressionismo, tramite le diverse espressioni artistiche in cui si sviluppò quali la pittura ed il cinema, che rappresentò tutte le paranoie proprie della classe borghese imperante, sempre di più attratta dal macabro, dal fantastico, dall’irrazionale e dall’occultismo. Un periodo storico di transizione in cui ai mostri del passato (tra cui la pesante sconfitta della Prima guerra mondiale) se ne stavano aggiungendo di nuovi nella società di allora nella quale aleggiava timido lo spettro della dittatura oltre che le ventate xenofobe ed antisemite, in realtà mai del tutto sopite nel corso dei secoli.

    Il Golem è l’unica pellicola ad essere sopravvissuta alle ben tre girate dall’attivissimo Wegener (una risalente al 1914 e diretta assieme a Henrik Galeen, ed una del 1917 dal titolo Der Golem und die Tänzerin) che incarna a pieno la versatilità dei cineasti del periodo muto della settima arte: egli non solo fu un capace e sensibile regista, non solo collaborò con Henrik Galeen alla sua sceneggiatura ma fu colui diede la vita al Golem prestandogli il suo corpo con un’eccellente interpretazione. Un lavoro di squadra in cui il ruolo della scenografia affidata ad Hans Poelzig fu di grande prestigio grazie alle architetture che ricrearono in modo vertiginoso le antiche fattezze del ghetto ebraico di Praga in cui oltre alla spigolosità ed allo zigzagare propri della stagione espressionista riportarono in vita le cuspidi neogotiche che tanto hanno caratterizzato la pittura romantica. Molto merito va dato anche alla fotografia di Karl Freund (che dodici anni dopo dirigerà in America il film La Mummia) elemento importante soprattutto nella resa particolarmente contrastata del bianco e nero oltre che degli effetti luminosi (veri antesignani degli odierni effetti speciali) che grande peso hanno all’interno della trama del film.

    Quest’ultima è tratta dal romanzo Der Golem di Gustav Meyrink, pubblicato nel 1915, a cui si deve il merito di aver riportato alla luce una leggenda che fa parte dell’universo religioso e culturale delle comunità ebraiche dell’Europa centrale con protagonista la mostruosa creatura chiamata Golem che molto s’intreccia ai continui tentativi di cacciate ed espulsioni che hanno caratterizzato la storia di questo popolo. Il Golem, in realtà, fa parte di un universo esoterico e magico legato al cabalismo, corrente religiosa antica ed importante all’interno della spiritualità ebraica ma qui coniugata con una leggenda legata al ghetto di Praga e che affonda le sue origini nel Cinquecento.

    Una trama che lo scrittore riprende con una certa fedeltà, poi riproposta all’interno del film in esame, dalla leggenda originaria che ha per protagonista il rabbino Jeuda Löew (Albert Steinrück): “Il Gran Maestro Löew, Rabbino di una comunità ebraica in una vecchia città medievale, osserva il cielo e interpreta i segni del destino attraverso le stelle”; il film inizia con questo test didascalico, ma già dai primi frame lo spettatore viene imprigionato all’interno di quel mondo lontano grazie soprattutto alla grande portata delle luci e della scenografia che restituiscono con estrema fedeltà l’atmosfera cupa in cui prendono vita forze misteriose ed arcane, invocate dal rabbino Jeuda Löew per dare vita ad una statua d’argilla plasmata con le sue mani ma a cui lo stesso ha incastrato una stella di Davide che custodisce la parola aemaeth (verità, secondo la leggenda originale), il suono del soffio vitale che, durante il rito, gli ha dato la vita, rendendolo un automa ai comandi del rabbino. Grazie a questo escamotage riesce a salvare il suo popolo da un editto d’espulsione promulgato dall’imperatore Rodolfo II d’Asburgo (Otto Gëbuhr). Ma tutto ciò non basta per sancire il lieto fine poiché il Golem si trasforma in creatura cattiva per gli stessi ebrei del ghetto allorquando si innamora di Miriam (Lyda Salmonova), figlia del rabbino, e sfugge al controllo del suo creatore seminando panico all’interno della comunità. L’unica via che conduce alla sua salvezza dalla imponente forza distruttrice del Golem una bambina che, con estrema semplicità, intenta a giocare assieme ad altri suoi coetanei, avvicina il mostro infuriato e lo commuove prendendo dal suo petto proprio quella parola che lo rende vivo e nocivo.

    Il Golem si sbriciola e ritorna al suo stadio iniziale di argilla amorfa. Un finale che offre diversi spunti di riflessione tra le quali un’importante costatazione: anche le creature mostruose hanno un’anima, sono capaci di sentimenti e mostrare tenerezza.

    L’uomo, nel corso della storia, ha cercato, imitando e, a volte, anche sostituendosi a Dio, di plasmare creature a sua immagine e somiglianza capaci di grandi prodigi ma anche di immani catastrofi. Tutto ciò dovrebbe farci riflettere non solo sui tanti errori che abbiamo commesso nel corso dei millenni ma dovrebbe anche insegnarci a rispettare le leggi divine che governano l’Universo. Da una prospettiva più strettamente storica Il Golem ha quasi profetizzato l’avvento del nazismo con lo sterminio totale degli ebrei di tutta l’Europa ad opera di un folle di nome Adolf Hitler considerato da molti come un dio sulla terra. Dall’altro lato l’opera rappresenta un prodigio per la settima arte in quanto ha alimentato la fantasia di tanti cineasti che, cogliendone la sua originalità, lo hanno preso come riferimento per altre creature “robotiche” e mostruose.

    Il Golem è stato il primo essere artificiale, il “primate” per eccellenza, a cui si sono ispirate tutte quelle pellicole che appartengono al genere fantastico/orrorifico e dal suo comportamento, proprio degli automi che si accendono e si spengono a seconda della volontà del loro creatore, può essere paragonato ai primi robot della cinematografia come Gort, Tobor e Colossus, ma anche ai mostri più importanti tra i quali spicca lo stesso Frankenstein (1931) di James Whale.

    Da leggenda che affonda le sue radici nella religione degli ebrei, il popolo che Dio ha prescelto, il Golem diventa paradigma della storia più bella della settima arte, un essere capace di coniugare passato, presente ed anche futuro. Svariati i remake e rip-off in cui riappare, tra i quali sono degni di nota il rifacimento del 1952, L’imperatore della città d’oro, realizzato dal boemo Martin Frĭc, nel quale il Golem assurge a minaccia atomica, mentre l’ultimo risale al 2019, The Golem, con la regia di Doron e Yoav Paz; tutto ciò a fedele testimonianza della sua grande modernità fino ai nostri giorni. Il Golem, infatti, è ancora tra noi!

ANNA STUDIALE

ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

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