I PUGNI IN TASCA (1966) – MARCO BELLOCCHIO

In un momento storico in cui il conformismo era tutto, cosa ci poteva essere di più rivoluzionario dell’idea che un’istituzione sacra come la famiglia potesse disgregarsi? E per disgregazione intendo il senso più crudo del termine, ossia l’annientamento fisico dei suoi membri oltre che del vincolo affettivo e di reciproco sostegno. Marco Bellocchio nel 1965 era regista ancora emergente (avendo fino a quel momento realizzato solo dei cortometraggi) ma con le idee abbastanza mature per proporre qualcosa di davvero innovativo e dirompente, sonoro come uno schiaffo in faccia al perbenismo borghese.

I pugni in tasca (1965) è l’opera profetica per eccellenza che anticipa tutto uno sconvolgimento sociale, arrivando a minare le basi del convenzionalismo dogmatico, in netto anticipo rispetto alla futura contestazione sessantottina.
Un’opera sovversiva, potente, diretta, volta a scardinare le certezze ipocrite ed effimere di quella forma di società primaria per l’essere umano. Una società che, per il suo stesso bene, dovrebbe fare a meno di ciò che le è disfunzionale affinché si possa garantire una sopravvivenza in termini “evolutivi” – in chiave darwiniana – a beneficio di pochi.

In una villetta isolata sull’Appennino piacentino vive una famiglia disagiata composta da cinque membri: una donna non vedente (Liliana Gerace) e i suoi quattro figli, Augusto, Giulia, Leone e Alessandro.
Il primo (Marino Masé) è l’unico membro apparentemente “normale”, ha un lavoro stabile – grazie al quale mantiene tutti gli altri – e una vita sociale attiva, fidanzata compresa, contrariamente ai suoi congiunti che non escono quasi mai di casa se non per spostamenti programmati (come le visite al cimitero).
Giulia (Paola Pitagora) è un ragazza particolarmente immatura, quasi adolescenziale, e che nutre sentimenti incestuosi verso Augusto, arrivando persino a inventarsi una gravidanza pur di sabotare il fidanzamento del fratello.
Leone è il più debole dei fratelli, affetto da ritardo mentale oltre che da violente crisi epilettiche che cerca di tenere a bada con i farmaci.
Alessandro, detto alternativamente Ale o Sandro (Lou Castel), oltre a soffrire anch’egli di epilessia è una vera e propria anima oscura, legato morbosamente alla sorella e alienato socialmente, capace di concepire pensieri disfattisti e negativistici.
Ravvisando nel fratello maggiore, Augusto, l’unico potenzialmente in grado di farsi una vita al di fuori delle mura domestiche, Ale decide di liberarlo per sempre da quel legame opprimente che lo tiene ancorato alla famiglia, e l’unica maniera per farlo è eliminarne fisicamente i componenti, generando l’idea aberrante dell’omicidio volontario e premeditato.
Il disfacimento del nucleo familiare, la cui implosione viene ordita dal suo stesso interno, è il focus della pellicola di Bellocchio che si avvale di una narrazione secca, asciutta, essenziale, risultando ancora più brutale nella sua immediatezza. Il regista, a tale scopo, rifiuta ogni orpello stilistico in favore di una direzione rigorosa e lineare, dando tutt’al più risalto a quegli aspetti grotteschi che conferiscono all’opera un significato ancor più abominevole, come gli sberleffi, le risa isteriche, i piedi sulla bara o gli oggetti appartenuti alla madre crudelmente bruciati in un grande falò (salvando però delle riviste che potrebbero avere un valore commerciale).
Bellocchio si concentra soprattutto sulle dinamiche patologiche fra i vari membri e i comportamenti che lasciano trasparire tutta la loro inquietante natura, annaspando talora nel mare dell’ipocrisia. Soprattutto Augusto che, malgrado la sua apparente normalità e abbia già una donna al suo fianco, non disdegna di andare con prostitute e di voler abbandonare la famiglia per andare a vivere lontano. Giulia, invece, è una “ragazzina” che non è mai davvero cresciuta e vorrebbe un rapporto esclusivo con il fratello maggiore, nonostante i comportamenti ambigui verso Ale.

Alla fine i più “veri” si riveleranno essere proprio Leone, per la sua stessa condizione di inferiorità che non gli permette di essere diverso da ciò che realmente è, e lo stesso Ale che, malgrado la sua natura abietta e perversa, non nasconde ed anzi dichiara apertamente i suoi progetti di morte.
La madre, la prima vittima del piano diabolico, è invece una donna remissiva e ormai rassegnata, impotente di fronte a una situazione familiare palesemente fuori controllo.

È impossibile sfuggire al senso di disagio che trasuda dalle immagini, in un contesto (quello della casa) che odora irrimediabilmente di morte, immerso in un’atmosfera cupa e malata resa tale da una fotografia in bianco e nero volta ad accrescere ancor di più la sensazione di angoscia.
Ottima in tal senso anche la colonna sonora composta da Ennio Morricone, che contribuisce al crescente climax oppressivo.

Girato in economia grazie al contributo della famiglia del regista (il fratello mise i finanziamenti mentre la madre offrì la propria casa per girare le scene interne), I pugni in tasca ebbe un grandissimo successo di critica, elogiato dalle più grandi personalità intellettuali del periodo, fra cui Pier Paolo Pasolini, e destando al tempo stesso molto scalpore per la tematica trattata.

Curiosità: per il personaggio di Ale, Bellocchio avrebbe voluto il cantautore Gianni Morandi il quale pare avesse anche accettato di buon grado, ma la casa discografica dell’artista frenò gli entusiasmi prospettandogli la fine della carriera semmai avesse preso parte ad un film così controverso. La scelta ricadde dunque su Lou Castel che offrì comunque una prova recitativa assolutamente eccezionale, contribuendo con la sua mimica e la sua gestualità a dare uno spessore ancor più disturbante al suo personaggio.

Insignito (a ragione) della fama di capolavoro, I pugni in tasca è stato annoverato nella lista dei 100 film italiani da salvare.

MANUELA GIORDANO

Redazione, 25 ottobre 2019

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