FAUST (1926) DI MURNAU. IL BENE E IL MALE NEL POEMA METAFISICO

Faust (1926) è l’ultimo film muto che Friedrich Wilhelm Murnau realizza in Germania prima di trasferirsi in America, attratto dalla nascente culla del cinema rappresentata da Hollywood. Noto anche col suo titolo originale tedesco di Faust – Eine deutsche Volkssage, presenta molti dei caratteri propri dell’espressionismo tedesco ma non mancano le influenze fantasy oltre che una certa sensibilità verso il paesaggio romantico.

    Tutti elementi che lo rendono il capolavoro più sperimentale, poetico ed anche moderno che il cinema europeo a cavallo degli anni Venti del ‘900 ha prodotto, quasi a presagire il profondo periodo buio e diverse restrizioni per la libertà creativa che il vecchio continente era in procinto di vivere a causa dei governi totalitari quali furono il nazionalsocialismo di Adolf Hitler in Germania ed il fascismo con Benito Mussolini in Italia.

    Un’opera, quella di Murnau, che ha saputo far tesoro di tutte le conoscenze del tempo legate all’utilizzo degli effetti speciali grazie ai quali il regista può esplorare le più svariate prospettive da cui si può osservare la realtà utilizzando degli elementi che risultano importanti nella resa del suo linguaggio cinematografico: specchi, bambini in circolo, duelli, pozioni d’amore, viaggi sulle nuvole. Fondamentale la presenza di una fotografia pienamente matura, affidata a Carl Hoffmann, che dona un grosso contributo nella resa non certo facile del trascendente che irrompe nella realtà tridimensionale trasgredendone i suoi canoni euclidei con un sapiente gioco di luci ed ombre che non solo scandiscono il narrato del film ma amplificano il contrasto tra spazio reale e dimensione metafisica, poli importanti attorno ai quali si dipana la sua trama.

    Il Faust non solo è un’opera talmente complessa da risultare di difficile catalogazione (taluni l’approcciano al genere drammatico, altri al fantastico) ma, come poche altre, racchiude il mistero, imperscrutabile agli occhi umani, dell’eterna lotta tra il Bene ed il Male, genesi ontologica della realtà da cui deriva il divenire, spesso assai tragico ed intriso di sangue e morte, della storia dell’umanità.

    Cos’è il Faust? È una storia che parte da una base popolare germanica, frutto di credenze e racconti, vero tesoro dell’anima del popolo tedesco, riprese e rivalutate da Goethe che nel 1808 ne ricavò un poema ma ad aver ispirato lo sceneggiatore del film, Hans Kyser, grosso contributo lo ha dato anche il Doctor Faustus, opera teatrale di Marlowe, composta nel 1590. Il risultato cinematografico è un poema metafisico il cui protagonista è un vecchio alchimista (non a caso l’alchimia era considerata una disciplina ponte tra scienza e metafisica), Faust, che si ritrova come all’interno di un triangolo in cui centrale è la disputa tra l’Arcangelo Michele, messaggero di Dio, e Mefisto, vera personificazione di Satana, il principe del Male.

    Ricche di suggestioni sono le didascalie che, se da un lato tracciano la strada alla completa fruizione dell’opera, dall’altro lasciano molto spazio ai personaggi e alla loro grande carica espressiva. Magistrali sono le interpretazioni di Faust, affidata a Gösta Ekman, e quella della donna che lo riporta all’amore, Gretchen, il cui volto appartiene a Camilla Horn, attrice dell’epoca molto famosa in Germania. Ma un posto speciale merita all’attore Emil Jannings, arruolato dallo stesso Murnau anche ne L’ultima risata (1924) nel ruolo del portiere dell’albergo, noto per le sue grandi doti grottesche oltre che istrioniche, che è riuscito a donare volto ed espressione a Mefisto, ruolo di certo “scomodo” ma interpretato con estrema bravura e grande carica emotiva.

    L’eterna lotta per il possesso della terra. È il punto da cui parte la trama del film con al centro la riflessione che l’Arcangelo Michele fa a Mefisto mentre costui lo sfida affermando che un giorno tutto il creato gli apparterrà.
“La terra non ti apparterrà mai. L’uomo è buono e si sforza di seguire la verità; sulla terra e nei cieli Dio ha compiuto dei miracoli ma il prodigio più grande è l’aver donato agli uomini la libertà di scegliere tra il bene ed il male. Conosci Faust! È un cattivo come tanti altri. Insegna il bene ma commette il male. Cerca la fortuna e la pietra filosofale. È un essere molto avido”. A queste parole Mefisto replica con una frase che ha il sapore di una sfida: “Sono pronto a scommettere che riuscirò a deviare Faust da Dio!”

    Siamo in una dimensione irreale: in primo piano la luce squarcia i corpi dei due interlocutori mentre traspare la natura sovrannaturale dalle loro espressioni con i volumi dei corpi oscillano tra la completa rarefazione con la luce e l’affogamento completo nel buio delle tenebre. Da qui, pian piano, la storia passa in un’atmosfera più terrena: la città in cui vive un vecchio alchimista, Faust, che non riesce a bloccare con il suo potere la brutta pestilenza che miete tante vittime innocenti. Si ritrova in uno stato d’impotenza che lo spinge a bruciare tutti i suoi libri, compresa la bibbia. Ma si accorge di alcune pagine che misteriosamente si aprono: gli indicano la via del male, forse unico alleato che può far cessare la morte.

    Faust è un uomo libero e decide di invocare tale entità; gli appare Mefisto col quale stipula un patto di una durata limitata al tempo che impiega la sabbia a scorrere nella clessidra ma gli dona l’aiuto che gli occorre per salvare la sua città. Faust accetta ma suoi concittadini scoprono che si è votato al male poiché non riesce a salvare una malata che porta una croce. Rischia la lapidazione ma riesce a salvarsi. Mefisto, tuttavia, non si arrende e gli propone un altro patto: l’eterna giovinezza in cambio della sua fedeltà assoluta all’essere malefico. L’uomo non riesce a rifiutare ma, tra diverse vicende, si innamora di una donna, Gretchen che, in seguito ad una notte passata con lui, concepisce un bambino. Ma Mefisto non permette ai due amanti la felicità ed è pronto ad architettare dei piani che gli causano ulteriori disgrazie e dolori. Il finale prevede la tragedia segnata dalla morte della donna ma a fargli compagnia c’è Faust che, resosi conto che il male non produce che un male ancora peggiore, rompe il patto fatto con il demonio, rinuncia alla sua giovinezza e sceglie di seguire sul rogo la sua donna. La tragedia si trasforma in redenzione mentre l’unico sentimento che trionfa ha il suono di una parola: Liebe, Amore.

    Perché continuare a vedere, oggi, all’interno di una società moderna, dei monoliti come il Faust di Murnau? Non solo perché fa parte della storia della settima arte ma soprattutto perché racconta una storia senza tempo e, forse, oggi più che mai sentita attuale dall’uomo quale la lotta tra il bene ed il male e la paura di invecchiare per via del forte peso che ha l’apparenza all’interno di una società in cui importante è il ruolo dell’immagine. Non senza dimenticare la sua lezione artistica ed anche contenutistica della quale il cinema contemporaneo continua a trarre linfa vitale; il riferimento va ad un altro capolavoro, il Faust (2011) di Aleksandr Sokurov, vincitore del Leone d’Oro a Venezia nel 2011. Un film che mostra dei tratti di originalità rispetto a quello di Murnau legati non solo alle differenze di epoche ma anche perché per il cineasta tedesco era d’obbligo dare delle immagini ad una storia che, nei fatti, ne risultava priva mentre per Sokurov peso prevalente ha avuto la sua personale rilettura, ricavandone un discorso molto più moderno.

    Il segreto più prezioso del Faust di Murnau e che contribuisce a renderlo moderno sta nella sua armoniosa sinfonia di luci ed ombre perfettamente calibrata che consente alla materia di diventare come una nuvola, inconsistente ed irreale, un luogo magico in cui il grande maestro riesce a narrare il difficile percorso di redenzione che l’uomo è votato a percorrere nel corso della sua esistenza sulla terra. Da sfondo traspare la sua personale fiducia nel genere umane e nell’Amore che “vincit omnia”, trionfando sulle tenebre del male.

ANNA STUDIALE

ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

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