DALTON TRUMBO, VITTIMA DEL MACCARTISMO CINEMATOGRAFICO

Sceneggiatore del cinema americano, vittima, a partire dal 1947, del fascismo maccartista e ridotto per anni a lavorare sotto falso nome. Tornò a firmare dal 1960 e dieci anni dopo diresse il suo primo film come regista, E Johnny prese il fucile (1971) (dal suo romanzo omonimo pubblicato nel 1938), presentato e premiato al Festival di Cannes nel 1971.

Dietro al romanzo c’era un fatto vero?

    « Verissimo. Lo lessi sui giornali nel. ’82. Era la storia di un sol dato inglese che, per anni, dalla fine della Prima guerra mondiale, era vissuto in un bagno di vaselina, senza braccia, senza gambe, e persino senza faccia. un torso informe; tenuto in vita meccanicamente e nascosto a tutti, come un segreto militare. Una storia atroce, che mi sconvolse e mi suscitò un odio totale e senza riserve per la guerra. Il libro, qualche anno dopo, lo scrissi proprio per questo: per insegnare a odiare la guerra ».

E il film?

    « Ci ho messo trentadue anni per poterlo realizzate. Un vero record. Finii di scrivere il soggetto solo qualche giorno prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Dissi che volevo vederlo realizzato in un film. Mi guardarono tutti come si guarda un pazzo. “La guerra è bella – mi obiettarono – l’America sta per scendere di nuovo in campo. Bisogna tener su il morale della gente, altro che antimilitarismo!“. Non mi lasciai piegare. Dissi alto e forte quello che pensavo. L’avevo sempre detto, del resto, non avevo mai nascosto a nessuno che facevo parte dei vari comitati per la Spagna repubblicana e di quelli antifascisti e artinazisti. così me la fecero pagare. Prima la destra di Hollywood, che cominciò a boicottarmi, poi McCarthy, con le sue fobie che lo avevano spinto ad’ accusare di comunismo persino Eisenhower e Truman; McCarthy che aveva fatto proibire i film di Chaplin… Mi spedirono davanti alla Commissione parlamentare per le attività anti-americane e mi sentii condannare alla prigione. Come un delinquente. Il.i numero 7551
del Federal Institute di Ashland, nel Kentucky. E tutto questo perché con un libro e un soggetto che speravo di far diventare un film avevo cercato di inculcare l’odio per la guerra limitandomi a rivelare quello che può succedervi! »

Lei, comunque, la guerra l’aveva fatta…

    «Certo, nel 1941, come giornalista. Pensai che era giusto. In guerra ormai c’eravamo, oltre a tutto era una guerra contro il fascismo e il nazismo e quindi, chi poteva, doveva darsi da fare perché la si vincesse. Questo, però, non ha niente a che vedere con il fatto di essere antimilitaristi. I,’antimilitarismo non nasce mica dall’esperienza. No, ti sale su dall’animo, te lo fabbricano le idee, le convinzioni. Dopo, l’esperienza, semmai, te lo rinforza. E in modl.o terribile. Ne ho visti di morti! E di morti mostruosi! Persino un soldato ridotto come Johnny, senza gambe, senza braccia, e il viso tutto un solo grumo di sangue. Con la differenza che lui, più fortunato di Johnny e del soldato inglese che me lo aveva ispirato, era morto ».

Ma come arrivò, dopo, a metter su f impresa che le permise di realizzare il film?

    « Tornai a pensarci nel 1964, quando ormai avevo riacquistato… diritto di cittadinanza nel cinema americano. Gustavo Alatriste, che era in quegli anni il produttore di Buñuel, propose il mio soggetto a Buñuel, perché lo dirigessi. Volai in Messico, parlai per due settimane con Buñuel, ci mettemmo d’accordo e, tornato negli Stati Uniti, in cinque mesi scrissi la sceneggiatura. Nel frattempo, però, Alatriste si trovò in difficoltà finanziarie, Buñuel andò in
Europa e il progetto fu di nuovo accantonato. Questa volta, però, c’era una sceneggiatura bella e fatta, e tre anni dopo, così, interessai un produttore televisivo, Bruce Campbell, che si rivolse a parecchie società. A diciassette per l’esattezza. Ricevemmo diciassette no. Tondi tondi. Neanche uno, però, dettato scopertamente da ragioni politiche. La solita solfa: il costo, le scarse possibilità di successo, il tema troppo angoscioso. Le ragioni vere, invece, erano sempre quelle: l’antimilitarismo, la guerra “bella” di cui si deve sempre dir bene (specie in quegli anni, con quella del Vietnam
nel suo pieno). Finalmente un amico mi scovò un finanziamento al di fuori dei normali sistemi produttivi, ci misi anch’io dei soldi, facendo debiti con assoluta incoscienza, e visto che c’ero mi diressi il film da solo; regista esordiente a sessantacinque anni. Del resto era giusto, non ho mai amato una storia, né un film, come ho amato E Johnny prese il fucile ».

Ma lei era uno scrittore, non era mai stato dietro a una macchina da presa. come ha f.atto a ottenere quello stile così sicuro ed intenso che tutti, lo ricordo a Cannes, hanno subito ammirato nel suo film senza riserve?

    « Non ho nessuna coscienza di essermi dato uno stile. Sono per le cose semplici, non mi piacciono i trucchi, i movimenti di macchina complicati, le immagini sofisticate, studiate. Tutta roba vecchia che si cerca di far passare per moderna, anzi, addirittura da avanguardia. Ho preferito, deliberatamente, andare contro corrente. sono tornato al bianco e nero che è il colore della verità. r colori, invece, Ii ho tenuti per i sogni e i ricordi che, anche se possono essere verità, sono ben altra cosa della realtà. per il resto, ho fatto tutto d’istinto. Il cinema, dopo tanti anni, ho finito un po’ per conoscerlo. Anche se l’ho scritto sempre a tavolino ».

Il protagonista?

    Volevo uno che non avesse mai fatto del cinema. Uno che avesse la faccia vera del Johnny cui avevo sempre pensato, quello giovane e vivo delle scene spensierate dei sogni, bei ricordi. Io ho visto un centinaio di ragazzi, per quasi tre anni. poi mi si presentò Timothy Bottoms, una faccia alla James Dean, ma molto più ingenua. lo scelsi su due piedi. Era uno studente, aveva appena finito i suoi corsi all’università di santa Barbara. Contemporaneamente alla mia offerta per il personaggio di Johnny, ne ebbe un’altra di milletrecento dollari, da un produttore della televisione, per una serie di sicuro successo. Mi spaventai, perché io disponevo di molto meno. Invece non esitò: “Scelgo Trumbo – disse – so chi è” ».

E domani? Ha altri progetti?

    « AIla mia età? Mi sento vecchio, sono ammalato. Ma ho solo due rimpianti: avrei voluto indebitarmi di nuovo fino al collo per realizzare altri due film come Johnny. Johnny lo definirei un film sulle “gioie” della guerra. E avrei voluto farlo seguire da un altro intitolato Morning Glory, sulle “gioie” di nascere negro, e da un terzo, intitolato Postmeridiem, sulle “gioie” di nascere povero. Peccato! Sarebbe stata una bella trilogia. Sulle “gioie” dell’uomo…».

MINO PIERALISI

Redazione, ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema
Pubblicazioni di riferimento: 7 domande a 49 registi di Gian Luigi Rondi (SEI Ed.) , Cineforum (AA. e Nrr. VV.), Filmcritica (AA. e Nrr. VV.), Positif (AA. e Nrr. VV.), Chaiers du cinéma (AA. e Nrr. VV.), Bianco e nero (AA. e Nrr. VV.).

GALLERIA FOTO

GALLERIA VIDEO