UMBERTO LENZI E I GENERI (II)

Nel 1973 inizia a girare i suoi film polizieschi…

  “Quelli di cui sono più contento. Ho sempre avuto una predilezione per il cinema d’azione ma quando ho cominciato a fare il regista era il momento d’oro del cinema d’avventura… il nostro limite è stato forse quello di seguire un po’ troppo la moda. Però la mia aspirazione è stata sempre il cinema di guerra”.

Tra gli action movies quali preferisce?

  “Il mio favorito, perché c’è un certo tipo di denuncia e perché c’è qualcosa in più degli altri è Da Corleone a Brooklyn. Tutto sommato questo film affronta una situazione che è alla base de La piovra e altri film del genere: il boss che si rifugia in America. È anche un “road movie”, se vogliamo. Però i più belli in assoluto sono tre che a me piacciono quasi nello stesso modo. Il primo è Milano odia: la polizia non può sparare (che è di una violenza incredibile, tanto che nonostante sia stato tagliato non è passato in tv neanche la notte). Il film aveva una struttura solidissima basata su una sceneggiatura di Gastaldi, che spiegava come questi ragazzi vivevano una violenza così devastante che non potevano finire altro che nel terrorismo. Il film lo girai poi in modo stupendo con Tomas (Milian N.d.R.), Lovelock, Henry Silva… C’era una bella ambientazione a Milano. È un film che oggi, rivedendolo, non ha perso niente. Amo molto anche Roma a mano armata e Napoli violenta. Il personaggio del Gobbo è realmente esistito nel mio paese, a Massa Marittima. Mio padre aveva delle macellerie e mi portava spesso al mattatoio dove c’era un inserviente piccolo che si chiamava Orlando e che tutti chiamavano “il gobbo”. Quando poi ho pensato ad un personaggio per il film mi è venuto in mente lui… un tipo dalla battuta sempre pronta. Apparteneva alla malavita ma non era un malvivente, scuoiava gli animali ma leggeva i romanzi. Era incredibile! Siccome Roma a mano armata era stato concepito come un film poliziesco con Maurizio Merli e John Saxon, dissi a Luciano Martino che avremmo dovuto far lavorare ancora Milian dopo il successo di Milano odia e de Il giustiziere. Martino rispose che c’era solo una piccola parte perché il contratto era con Merli, allora presi Tomas, gli parlai per dieci minuti del personaggio e lui stette ad ascoltarmi a bocca aperta. La mattina dopo firmò il contratto. Lui poi l’ha modificato e ci ha messo le sue battute, ma il personaggio, la sua sfrontatezza, il suo modo di muoversi… beh, tutto questo era opera mia. Tomas era un insicuro, perennemente tormentato, mi telefonava la notte con mille dubbi”.

Lei ha creato il personaggio di “Monnezza” con Tomas Milian che poi è stato sviluppato e rielaborato da Corbucci. Come “prese” questo personaggio?

  “Litigammo perché Tomas, nel periodo in cui giravamo La banda del gobbo, pellicola sicuramente inferiore alle altre, aveva raggiunto degli accordi col produttore… accordi che risultavano aberranti per un regista indipendente e creativo come me. Poteva addirittura intervenire in fase di montaggio. Infatti quando andammo al montaggio, volevo tagliare alcune scene dove lui aveva recitato… diciamo sopra le righe. C’era una scena dove lui si trovava in un night ubriaco e raccontava una barzelletta di una volgarità che pregiudicava il ritmo del film. Avrei voluto tagliare tutte queste scene ma per contratto mi imposero di non toccare niente. Quel film fu un grande successo, incassò un sacco di soldi, un miliardo e mezzo di allora, però non mi soddisfò. Successivamente Amati mi propose di girare Contro quattro bandiere e Tomas mi chiese di dargli un ruolo nel film. Ma che potevo fargli fare, Monnezza nella seconda guerra mondiale? Non c’era un ruolo per lui nel film e lui se la legò al dito. Non è che litigammo, solo interrompemmo il nostro rapporto. Così io feci questo film di guerra e lui passò con Corbucci”.

George Eastman in una recente intervista ha detto che, nonostante la sua pessima fama nei rapporti con gli attori, con lei si è trovato benissimo sul set de La guerra del ferro, dove peraltro regnava il caos più completo…

  “Sono contento che lui dica bene di me, anche se non sono d’accordo sul caos del set. Quel film lo girammo nello stesso parco nazionale dove poi fu fatto Balla coi lupi. Alcune scene le girammo in fondo al parco in un posto chiamato Birdlands, con dieci gradi sotto zero e un vento a centocinquanta chilometri all’ora. Dovevamo ancorare le macchine altrimenti volavano via. Montefiori doveva girare delle scene coi bisonti e l’avevo portato con me insieme alle controfigure. Insomma lui venne ma poi non se la sentì di girare, diceva che era poco vestito e cose simili. Facemmo una trasferta di trecento chilometri per andare e altrettanti per tornare e lui non girò una scena… rimasi perplesso anche perché aveva un fisico notevole. Forse quel giorno stava poco bene, resta comunque una persona intelligente e un bravo attore… il suo personaggio lo fece molto bene”.

C’era anche Pamela Prati in quel film…

  “Una bellissima faccia, ma mi ha odiato per anni perché la trattai malissimo. Girammo undici volte la scena della sua morte con la freccia. Ho visto delle ragazze, che hanno lavorato con me, fare delle cose incredibili. Barbara Cupisti, Janet Agren che in Mangiati vivi avevo dipinto tutta d’oro… sul corpo nudo. Lo stesso Fulci mi aveva raccontato delle cose incredibili su di lei. Per non parlare di Zora Kerowa che, in Cannibal Ferox, avevamo appeso a dei ganci infilati nelle mammelle (nella finzione filmica). Quando si fanno questi film bisogna anche accettare cose al limite della sicurezza e un certo sacrificio. Sennò uno fa Il Bagaglino e non rischia nulla”.

Nel 1979 gira una commedia con Renzo Montagnani.

  “Preferisco non parlarne”.

Anche di Cicciabomba non vuole parlare?

  “Questo film non è mai circolato per ragioni indipendenti dalla mia volontà. Ci furono dei problemi con le attrici… Avevo girato una scena a New York sull’Empire State Building con un operatore che riprendeva la Rettore dall’alto. L’avevo fatto mettere su di un piccolissimo piedistallo che c’è sotto la guglia del grattacielo… sotto di lui c’era il vuoto totale. Poi ho fatto una ripresa per la strada di lei che canta mentre tutto intorno c’era una vera manifestazione di protesta davanti all’ambasciata sovietica, con tutti i poliziotti… girata con la macchina a mano. Una ripresa bellissima… ci sarebbero voluti anni per organizzare una scena del genere. C’era un’altra bellissima scena girata a Broadway, dove lei cantava una canzone di Elton John. C’erano delle cose molto belle ma purtroppo per ragioni non cinematografiche il film non è mai uscito. Tra l’altro era stato ideato per un’altra attrice”.

Nel 1980 gira il suo primo horror Incubo sulla città contaminata, film che ha colpito Tarantino per il ritmo forsennato e per l’idea degli zombi incredibilmente dinamici rispetto a quelli catatonici di Romero.

  “Tarantino forse ha equivocato perché quelli non sono zombi ma uomini contaminati da radiazioni nucleari che subiscono delle trasformazioni metaboliche per cui devono nutrirsi continuamente di sangue. Sarebbero più assimilabili ai vampiri, ma li vollero fare come zombi e non ci fu niente da fare. Questa è un’altra conferma della mia preferenza del reale nei confronti del fantastico. Mi stupisce che Tarantino non abbia capito la differenza con gli zombi di Romero”.

Torna al genere “cannibalico” con Mangiati vivi, dove contamina il filone con uno spunto di cronaca legato al caso di Jim Jones…

  “A me infatti interessava quello, il fatto reale. Il film andò molto bene all’estero, come l’altro, Make Them Die Slowly, che realizzai l’anno successivo, nel 1980 e che incassò 400.000 dollari in una settimana a New York. Mi ricordo che in un cinema della quarantaduesima strada a Broadway, vicino a Times Square, c’era una fila incredibile per vedere Make Them Die Slowly”.

Che sarebbe poi Cannibal Ferox. Credo che sia uno dei suoi film più conosciuti, anche perché sembrerebbe essere il film più sequestrato della storia del cinema. È curiosa l’idea di partenza: “il cannibalismo non esiste”…

  “Parrebbe priva di logica, ma l’attrice, anche se non mi ricordo bene, dà una spiegazione di questo. In ogni caso il fenomeno del cannibalismo è stato ingrandito ad arte. Quando gli spagnoli arrivarono in Sud America utilizzavano l’accusa di antropofagia per giustificare in qualche maniera le loro stragi. Un po’ come quando l’Inquisizione accusava le streghe di stregoneria. È vero che certe popolazioni hanno praticato o praticano tuttora il cannibalismo, ma bisogna anche considerare che la morale si basa sulle concezioni e le regole che le società si danno. L’incesto, per esempio, è un tabù per le società moderne ma è una cosa che è esistita in diverse civiltà. Intendo dire che ci sono civiltà che sviluppano peculiarità culturali che non necessariamente hanno come matrice gli stessi fondamenti dell’Occidente. Anche se poi in fondo, è la stessa ragazza che si rende conto dei limiti della sua teoria… quando si trova in mezzo ai cannibali”.

Successivamente ha girato La guerra del ferro sceneggiato da Alberto Cavallone, Luciano Martino e Dardano Sacchetti…

  “È un film che non parte da me. Vengo chiamato per girare il film e faccio presente che la sceneggiatura non mi piace: o si fa La guerra del fuoco o si fa Conan il barbaro e non un ibrido tra i due modelli. Il film poteva anche venir bene se avessimo avuto dei consulenti di carattere etnografico. Non ho visto il film francese La guerra del fuoco, però mi è stato detto che è stato fatto con molto rigore filologico. Hanno voluto ambientare un film nella preistoria dove gli attori avrebbero dovuto recitare nudi, esprimendosi a cenni… senza calzature. Le ragazze non dovevano indossare il perizoma e non dovevano esserci storie d’amore. Avessimo avuto un’ambientazione medioevale sarebbe stato più accettabile. Il film ha anche delle cose belle, ci sono delle sequenze coi bufali che sono molto spettacolari e dal punto di vista dell’ambientazione funziona abbastanza… però mi dava noia sul piano visivo per come si muovevano”.

Lei ha girato anche due film per la televisione mai usciti, no?

  “Erano quelli della serie delle “Case”. Non sono mai usciti in TV. Fu un errore della produzione che propose un ciclo non adatto. Le premetto che io a quel tempo non vedevo la televisione, per cui non sapevo quali erano i moduli, gli stilemi… Ora ho capito che la televisione, il film horror o violento non l’accetta. Specialmente in prima serata e con la pubblicità. Girai questi film secondo la mia esperienza cinematografica. Il secondo, La casa delle anime erranti è la storia di una maledizione che ha dimora in un albergo dove anni prima morirono delle persone decapitate e le cui teste non furono ritrovate. È una storia forte, con effetti speciali forti, c’è un ragazzino di 12 anni che viene risucchiato da un’enorme lavatrice in maniera molto cruenta, c’è una ragazza decapitata nella doccia. Il primo invece si poteva salvare, si chiamava La casa dei sortilegi. Lo girai in una stupenda villa vicino a Firenze. Gli attori erano Sonia Petrova, Andy J. Forrest, Marina Cavalli. Una storia molto strana, di un uomo, in continua lite con la moglie, che sogna spesso una strega che gli taglia la testa e la getta nel fuoco. Nel tentativo di salvare il loro matrimonio, i due coniugi fanno un viaggio che li porta nella villa dove si svolgeva il sogno dell’uomo. C’erano anche alcuni begli effetti speciali. Purtroppo erano troppo violenti per la televisione. Peccato, perché erano proprio dei bei film. Uno di quelli di Fulci, poi, era stupendo. Quello con gli orologi che vanno all’indietro (La casa del tempo, N.d.R.). Per cui comincia con un delitto che in realtà avviene alla fine del film”.

Le porte dell’inferno fa parte della stessa serie?

  “No, quello fu girato più tardi. Avevo 240 milioni di budget e 14 giorni di riprese. Fu una sfida con me stesso realizzare un film con quei soldi quando allora ci volevano minimo 800 milioni. Gli attori erano tutti amici miei per cui con 2 milioni per uno me la cavai. C’era anche il povero Giacomo Rossi Stuart che non è riuscito neanche a vedere il successo del figlio, e Barbara Cupisti. Mangiavamo sui prati vicino a Frascati dove giravamo, utilizzando gli scenari naturali per risparmiare. Se uno vede quel film e pensa a come è stato fatto, capisce che era il massimo in quelle condizioni. È comunque un film affascinante, fatto con molta dignità”.

Ha anche girato un film a Sarajevo…

  “Un film di guerra chiamato Un ponte per l’inferno, girato nel 1985 con pochi soldi ma fatto molto bene”.

Demoni 3 è stato girato nel 1990 in Brasile.

  “È un film girato con pochissimo denaro e pochi mezzi. L’idea della fazenda e degli schiavi neri uccisi era buona, coinvolgeva la maledizione della Macumba. La scena della danza rituale è una vera e propria macuba. Io non credo a queste cose ma durante le riprese successero cose che restano difficili da spiegare. Giravamo in una fazenda semi-abbandonata, distante sette o otto chilometri di strada nella giungla, una volta piovve e il sentiero si allagò bloccandoci tutti. C’era un’atmosfera strana sul set, gli attori erano sempre spaventati. Il film però non è venuto molto bene”.

Il film girato con la Filmirage di Massaccesi, La casa 3, andò molto bene.

  “Non andò male ma quello che ho fatto dopo, Hitcher in the Dark, sarebbe stato un capolavoro se non mi avessero tagliato il finale. Lo dovevo girare con un altro produttore ed era la storia di un ragazzo con un complesso edipico, innamorato della madre, quindi, che si veste e si trucca come lei ed ha rapporti sessuali con alcune ragazze a cui dà un passaggio sul suo camper. Ragazze che poi uccide… Il camper gli permette di non essere mai scoperto proprio perché si muove in continuazione. Il finale che avevo immaginato io era che questo ragazzo, dopo aver gettato il corpo dell’ultima vittima in una discarica dell’immondizia, torna dal ricchissimo padre che gli chiede cosa ha intenzione di fare, e lui gli risponde di essere intenzionato a ripartire presto, alludendo quindi ad altri delitti. E invece il produttore se ne venne fuori, e Massaccesi gli andò dietro, con l’idea del lieto fine. Nel nuovo finale si vede allora che la ragazza non è morta torna per vendicarsi e lo uccide. Ma in questo caso abbiamo rovesciato completamente il senso della storia. Fino agli ultimi quattro minuti il film è molto bello”.

Dopo Hitcher 2-Paura nel buio, il suo ultimo film è stato Cosby e Rodriguez: Sfida criminale con Charles Napier girato nel 1992.

  “Fu girato in parte negli Stati Uniti e in parte a Santo Domingo. Il titolo demenziale gli è stato imposto dal produttore. È un poliziesco d’azione dalla storia molto complicata, con una coppia di poliziotti un po’ alla Trinità. Un vecchio e un giovane, un americano e un sudamericano e ognuno fa scuola all’altro. È stato comprato da Mediaset”.

Ma quali sono i suoi film favoriti?

  “Tra quelli di guerra Attentato ai tre grandi e Contro quattro bandiere. Fra i thriller il migliore è Orgasmo, seguito da Sette orchidee macchiate di rosso. Anche Il coltello di ghiaccio ha molti estimatori però… è più di maniera. Be’, relativamente, perché c’è quel capovolgimento di scena finale che sorprese tutti. Tra l’altro è un film che non amo moltissimo perché non l’ho scritto io, ho solo collaborato alla sceneggiatura”.

Le piacciono i suoi film sui cannibali?

  “No, mi hanno dato una cattiva fama. Mi danno un fastidio tremendo questi ragazzini che vengono da tutto il mondo per chiedermi dei miei film sui cannibali”.

Ma sicuramente hanno avuto un grande successo commerciale…

Roma, 30 marzo 1996

GIAN LUCA CASTOLDI

Redazione, 9 ottobre 2019

UMBERTO LENZI – INTERVISTA PARTE PRIMA

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