LA MANDRAGORA (1928). IL CANTO DEL CIGNO DI HENRIK GALEEN, MAESTRO ESPRESSIONISTA

“Nel primo medioevo nasceva la leggenda della mandragora, una radice che si trasformava in essere umano. Per cercare la radice si usciva di notte. Quando scoccava la mezzanotte si doveva conficcare la vanga nella terra, sotto la radice. La radice della mandragora con i suoi poteri magici portava agli uomini grande fortuna, ma anche disgrazie e dolori. Il professor Jakob ten Brinken era famoso per le sue capacità di condurre esperimenti sui caratteri ereditari dell’uomo”.

    È con queste parole che inizia La mandragora (1928) di Henrik Galeen, un film che oggi fa parte del filone del genere horror e fantascientifico, considerato dai più come una pietra miliare non solo per l’espressionismo, universo artistico a cui appartiene ma, più in generale, per tutto il cinema muto. Un’opera che coniuga la leggenda medievale della mandragora, ovvero il frutto del seme di un impiccato utilizzata come rimedio contro la fertilità, con la fantascienza di allora che, però, traeva spunto dagli esperimenti di manipolazione genetica ai quali l’opinione pubblica della Germania mitteleuropea del primo ventennio del Novecento era già sensibile. Il risultato è un film la cui trama assume forti connotazioni premonitrici del progresso scientifico dedito, per sua stessa natura, alla conquista di nuove conoscenze e di nuovi orizzonti da esplorare.

    Sono poche le notizie che abbiamo sulla vita di Galeen, parlano molto di più i suoi due grandi successi cinematografici che precedettero il film in esame: Il Golem (1914), diretto insieme a Paul Wegener, e Lo studente di Praga (1926). Era un cineasta sensibile ma anche innovativo che, passando tra la recitazione, la sceneggiatura e la macchina da presa, ha dato un grosso contributo nella definizione di taluni caratteri dell’espressionismo tedesco soprattutto per ciò che riguarda la predilezione per il macabro ed il fantastico. Temi che non mancano nel film che, a sua volta, segue altri due realizzati nel 1918, ispirati sulla stessa leggenda ma entrambi perduti. Opere a cui dobbiamo anche aggiungerne un’altra del 1919, pubblicizzata ma, forse, mai proiettata seppur se ne conosca titolo originale e regista, Alraune und der Golem di Nils Olaf Chrisander. Il film di Galeen, pertanto, è il primo testimone di una storia la cui protagonista è Alraune, donna estremamente bella ma dannata, che tanta fama aveva riscosso in Germania già nel 1911 perché protagonista del romanzo di Hanns Heinz Ewers. Fu proprio costui a lanciare una rivisitazione del mito di Frankestein riportando in vita giustappunto la leggenda medievale con la quale si apre l’opera di Galeen.

    Grande pregio è la presenza nel suo cast di due attori di grande carisma come Paul Wegener, che interpreta il professor Jakob ten Brinken, e la bellissima Brigitte Helm nei panni della donna/mostro Alraune; fu grazie alla loro grande carica espressiva e intensa comunicativa che il film riuscì non solo ad entrare nell’immaginario collettivo dell’epoca ma anche a fissare dei topoi cinematografici che molto successo ebbero nella storia della settima arte.

    La trama prende corpo da un esperimento che il dottor Brinken compie facendo fecondare nel corpo di una prostituta lo sperma di un impiccato con lo scopo di capire se la creatura che viene al mondo avrà in eredità i vizi dei propri genitori. Alraune è la bambina che nasce da questo perverso esperimento: una donna estremamente bella ma indomabile sin dalla sua più tenera età. Uno charme che attrae a sé gli uomini facendoli innamorare per poi causarne sconforto e delusione. A sorvegliare sulla sua vita la presenza dello scienziato/padre che, però, con una certa cattiveria cerca di manipolare la sua libertà di scelta causandone una grande insofferenza. Una condizione dalla quale la donna cerca di riscattarsi dopo la scoperta di un diario in cui il suo “creatore” aveva annotato tutta la storia della sua genesi. Da femme fatale, intrigante e luminosa ma, contemporaneamente algida ed evanescente, Alraune prende la forma di una donna combattuta nella difficile scelta tra la vendetta nei confronti dello scienziato che la progettò secondo i suoi oscuri piani e, dall’altro lato, il desiderio di capire il suo vero posto tra gli uomini, cosa non certo facile per una creatura che si riscopre diversa dai suoi simili perché geneticamente manipolata.

“Che vergogna… a causa degli esperimenti di uno scienziato senza scrupoli…una figlia del vizio e del delitto. Qual è il mio posto tra gli esseri umani?”

    Sono questi i pensieri che piombano come macigni nella mente della donna che, nonostante tutto, riesce a liberarsi dal suo crudele destino. La sua redenzione, però, sarà completa solo quando troverà un cuore che la renderà un’umana con anima e sentimenti. Solo allora Alraune da creatura “disumana”, figlia “del vizio e del delitto” riuscirà ad essere una persona capace di amare.

    Una sottile vena di malinconia permea il film creando un’atmosfera sospesa capace di penetrare fino in fondo nella coscienza dello spettatore grazie anche alla bellezza delle sue inquadrature dense di significati che danno il loro esemplare contributo nel collocarlo anche al di là della stagione espressionista, comprendendone i suoi canoni ma anche superandoli. La mandragora, nonostante sia passato più di un secolo dalla sua realizzazione, è un film attuale, dei nostri tempi, non solo per il suo valore strettamente artistico ma soprattutto perché ci appartengono quegli interrogativi che con forza ci pone innanzi, uno tra tutti riguarda proprio l’abilità dell’uomo di manipolare a suo piacimento la vita su questo pianeta. È dovere della scienza anteporre alle sue esigenze di ricerca e sperimentazione i principi bioetici propri di quegli umani che non solo hanno ancora fede nei sentimenti e nei valori ma, soprattutto, rispettano la sacralità della vita, elementi che il professor Jakob ten Brinken mostra di non possedere. Forse è lui il vero mostro del film? Dobbiamo avere paura dei tanti Jakob ten Brinkenn che circolano nel nostro pianeta e che, forse, sono capaci di progettare in laboratorio virus che hanno il potere di sterminare l’umanità intera? Le migliaia di vittime di questi mesi di Covid 19 ci spingono a fermarci un po’ per lasciar posto al silenzio, alla riflessione ed essere anche grati alla settima arte e a capolavori come La mandragora. Oggi più di ieri.

ANNA STUDIALE

ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

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