LA FAMIGLIA COME CELLULA DISTRUTTIVA NEL CINEMA DI BOLOGNINI

Nel 1976 Mauro Bolognini diresse L’eredità Ferramonti, film tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Gaetano Chelli. Sullo sfondo di una Roma umbertina, le trame di tre figli (Gigi Proietti, Fabio Testi ed Adriana Asti) per assicurarsi l’eredità dall’anziano genitore (Anthony Quinn) diventano lo specchio degli intrighi dell’Italia post unitaria, fatta di maneggioni, faccendieri e speculatori senza scrupoli.

    Aleggia lo scandalo della Banca Romana e degli appalti truccati, per costruire gli argini del Tevere ancora melmoso. I tre figli affidano, inizialmente, i loro destini ad una donna (Dominque Sanda), avida ed amorale, dalla bellezza luciferina, che alla fine tenterà di estrometterli dall’eredita paterna a proprio esclusivo vantaggio. Ella fallirà nel suo disegno criminoso, così come la famiglia stessa – ancora legata a logiche tipiche di una Roma papalina e pre unitaria – ne uscirà del tutto sgretolata, ma solamente nella sua componente maschile.

    Tra i figli cospiratori prevarrà, infatti, la sorella in quanto moglie di un funzionario piemontese (Paolo Bonacelli) trapiantato a Roma, il quale assurge a simbolo della nuova classe dirigente italiana, astuta, mediocre, borghese, ma vincente.

    Anni prima, nel 1961, Bolognini si cimentò con lo stesso tema ne La viaccia, tratto da L’eredità di Mario Pratesi. Siamo sempre alla fine dell’Ottocento, ma qui la vicenda è ambientata nei dintorni di Firenze e ruota attorno all’assegnazione, tra più fratelli, di un podere – La viaccia appunto – dopo la morte del vecchio patriarca.
L’erede designato Amerigo (Jean Paul Belmondo), squattrinato e privo di scrupoli, non è in grado di liquidare gli altri coeredi. Del tutto privo di voglia di lavorare, egli cadrà nelle fauci di una bellissima prostituta (Claudia Cardinale), e questo determinerà il suo fallimento, sia umano che sociale. Il podere alla fine sarà, infatti, rilevato non dall’erede designato, ma da quello tra i fratelli che aveva sempre lavorato e che in punto di morte, sposerà la compagna di una vita, la quale – divenuta vedova – allontanerà Amerigo ritenendolo indegno.

    Due vicende simili, ma dalle dinamiche assolutamente opposte: ne La viaccia – forse perché ambientata in una dimensione sana, ancora rurale e contadina – vi sarà il ristabilimento di un principio di ordine morale.
Ne L’eredità Ferramonti vi sarà al contrario un vincitore che prevarrà sugli altri fratelli, non per astuzia né per un principio etico, ma semplicemente perché, allora come ora, “vince chi ha dalla sua il Mondo”: qui la piemontizzazione dell’Italia travolge e corrompe tutto, anche le più intime dinamiche familiari.

    In entrambi i casi la famiglia viene ben rappresentata da Bolognini come potenziale cellula distruttiva od autodistruttiva della società italiana.

MARCO MARULLI

ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

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