CINEMA ED ANTISEMITISMO

Tanti sono i film, italiani ed esteri, che hanno rappresentato questa tematica, mai del tutto sopita, e che in queste settimane è nuovamente fonte di accesi dibattiti. Mi limiterò a citarne due, diretti da registi dai profili piuttosto diversi.

La richiesta di cinquanta chili d’oro da parte dell’invasore nazista ed il conseguente rastrellamento degli ebrei romani, avvenuto il 16 ottobre 1943, vengono raccontati da Carlo Lizzani ne L’oro di Roma, film del 1961.

    Il tratto documentarista del regista si abbina magistralmente alla introspezione psicologica dei vari personaggi – bravissima Paola Borboni – non tutti d’accordo nel cedere al ricatto tedesco. In questo senso il film apre la strada a La vita agra (1964) per cui – qualche anno dopo – Lizzani si cimenterà con l’omonimo romanzo di Bianciardi e con il tema sociale ivi trattato. Al centro della vicenda ricordata ne L’oro di Roma s’innesta – quasi come se fossimo di fronte ad un romanzo storico di manzoniana memoria – l’amore tra un giovane cristiano (Jean Sorel) ed una ragazza ebrea (Annamaria Ferrero) che, nonostante il cambio di religione in vista del matrimonio, deciderà comunque di seguire, per atavica fierezza, le sorti del suo popolo. Struggente finale di Annamaria Ferrero che lascerà il promesso sposo: “Se non andassi con loro, se tornassi da te, io non sarei più la tua Giulia e forse non mi ameresti più…

    Con tratti meno documentaristi, qualche anno più tardi, nel 1970 Vittorio De Sica dirigerà Il giardino dei Finzi Contini, tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani. Anche qui vi è la narrazione di un innamoramento, la cui tenerezza si pone in netto contrasto con la drammaticità degli eventi che si andavano consumando in quelle settimane. Ed infatti mi sono sempre domandato se Micol Finzi Contini (Dominique Sanda) fosse o meno innamorata del protagonista Giorgio (Lino Capolicchio).

    Mi piace pensare che, in realtà, ella lo amasse profondamente, sin da bambina, e che lo abbia rifiutato per non legarlo a sé, per dargli, cioè, la possibilità di espatriare, temendo le probabili persecuzioni. “Fra noi due non potrebbe mai funzionare. E sai perché ? Perché noi non siamo esseri normali. A noi due, più che il possesso delle cose, interessa il ricordo, la memoria delle cose“, ella dirà al suo Giorgio nel momento del “simulato” rifiuto. Giorgio, infatti, si salverà in Francia mentre Micol sarà deportata con tutta la famiglia, ad eccezione dell’amato fratello (Helmut Berger), morto qualche mese prima di un male incurabile.

    Nel film, come nel libro, si percepisce un senso di precarietà sia nelle persone che nelle cose: appena rappresentate, esse sembrano passate, trascorse, vissute. Ma De Sica – che amava spesso invertire i rapporti genitoriali, facendo “regredire” gli adulti – conclude in modo geniale il suo film, distaccandosi dal romanzo ed introducendo un tenerissimo pianto finale della Nonna di Micol, pianto che diventa simbolo dell’atavica disperazione di un Popolo, da sempre costretto a partire.

    Nonostante le evidenti diversità poetiche ed estetiche dei registi menzionati, v’è un tratto comune che lega questi film: il coraggio, la forza e lo spirito di sacrificio di una donna che saprà conferire connotati di umanità alla tragedia delle vicende narrate.

MARCO MARULLI

Redazione, ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

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