ROSSELLINI, IL CINEMA È MORTO, UCCISO DAI REGISTI VUOTI

Roberto Rossellini, autore di Roma città aperta e di Paisà, protagonista di una celebrata storia d’amore con lngrid Bergman, è stato uno dei padri del neorealismo. Ma in questa amara intervista, rilasciata undici anni prima della sua scomparsa, rivela tutte le proprie delusioni sul cinema, e sulla vita

Senta Rossellini, il cinema…

    Quale cinema? Il cinema non c’è, non esiste. Il cinema è finito. Il cinema è un cadavere, ormai. Nel caso, un cadavere vivente: i registi lavorano, i film vengono girati, si fanno persino i festival a Venezia… Un balletto di fantasmi, un gioco gratuito, una rappresentazione senza spettatori. Il cinema sta morendo in tutto il mondo.

Ma in Italia si producono ogni anno circa duecento film.

    In Italia il mercato cinematografico si è ristretto di meno per motivi contingenti, per le nostre diverse strutture sociali; il processo di decomposizione sarà più lento, ma la morte è ugualmente inevitabile. Del resto la gente fa benissimo a non andare al cinema, ha ragione.

Come fa benissimo?

    Ma sì, è una noia mortale. Anch’io al cinema non ci vado più. Si vedono sempre le stesse cose, è già un miracolo quando cambiano le facce. Sui duecento film che diceva lei centottanta sono copiati dai film di James Bond oppure da Per un pugno di dollari. È tutto uguale, fra un film e l’altro ormai non c’è più differenza che tra una marca e l’altra di saponette: e più o meno ti danno anche la stessa emozione che potrebbe darti una saponetta. Siamo ridotti a uno stadio di imitazione, degno delle scimmie, i film sono soltanto una ripetizione di gesti e situazioni tutti uguali e tutti inutili. Non ha visto questi del festival di Venezia? Su dodici almeno sei sono dedicati al caso clinico, allo psicopatico complessato, al trauma infantile, alle sofisticherie. Il cinema è diventato una gara sterile di specialisti in temi: c’è lo specialista in psicanalisi, lo specialista in delirio, lo specialista in alienazione… Un fenomeno da nuovi ricchi della cultura, e oggi crede di aver fatto chissà quali scoperte. Sempre rompiscatole, poi. Sempre accigliati. Sempre un eterno lamentarsi. Da morire di noia.

Però la psicanalisi o I’alienazione non sono soltanto sofisticherie lagnose o scoperte in ritardo: non è giusto cercare di spiegare I’uomo a se stesso?

    Secondo me non è giusto scocciare. Ma andiamo, come è possibile accorgersi solo adesso che Freud esiste? E perché poi bisogna occuparsi solo di problemi che riguardano una minima parte dell’umanità? I nevrotici ci sono, va bene, lo sappiamo, tutti ne conosciamo almeno sei, tutti ne abbiamo almeno uno in famiglia: ma scocciano. I registi sono peggio dei sarti. I sarti le mode le creano, nuove ogni anno. I registi invece le subiscono, con una partecipazione da vittima, da succubo, da persona che non ha niente di suo da dire. Fossero mode nuove, poi.

Di nuovo non c’è il linguaggio cinematografico, il modo di raccontare?

    Problemini da far schiattare dal ridere. Strutturalismo di un nuovo linguaggio, racconto espressionista, azione subliminale. Siamo seri, andiamo. Queste cose non contano niente. L’importante è quello che si racconta; la forma è secondaria, se è efficace arriva al pubblico in ogni caso. Naturale che il linguaggio di certi film al pubblico però non arriva, che la gente non capisce, si scoccia e al cinema non ci va più. Quello non è linguaggio, è sofisticheria, è calligrafia, preziosismo, sono immagini da rivista per fotografi dilettanti che corrono ancora dietro al contrasto dei bianchi e dei neri, che sono ancora convinti che il barbaglio di luce dietro la fronda sia poetico, che il pasticcio sia barocco e che la fotografia imprecisa e sgranata sia nobile. Stupidaggini, roba vecchia, esercitazioni da decadenti che non sanno più cosa dire.

Proprio lei dice queste cose? Lei che a suo tempo venne accusato di girare senza tener conto di nessuna regola, di essere sciatto, povero, confuso?

    E che c’entra? Allora il cinema era ucciso da un formalismo ridicolo. Ogni inquadratura doveva essere finta, rileccata, completamente astratta dalla realtà; non si lavorava mai fuori da uno studio. Allora infrangere questo schermo di morte, come ho fatto con Roma città aperta e con Paisà, era vitale, una necessità di sopravvivenza. Adesso la questione è diversa. Adesso la confusione e l’analfabetismo del mezzo tecnico riflettono la confusione delle idee, l’analfabetismo culturale.

Lo scandalo è un vecchio gioco

E cosa riflettono per esempio l’erotismo e il sadismo che si ritrovano in quasi tutti i film?

    Sono soltanto tentativi strettamente commerciali per tenere il pubblico che se ne va. È un gioco vecchio, lo conosciamo tutti: con lo scandalo il pubblico s’impressiona e corre al cinema. Erotismo e sadismo, mi creda, riflettono solo la voglia di quattrini del produttore e del regista.

Allora ci sono anche le colpe dei registi che hanno tradito il proprio impegno…

    Senta, mi faccia un favore personale: non dica la parola “impegno”. Mi urta i nervi. Io la parola impegno, impegnare e impegnato l’adopero solo (spessissimo, sa) al Monte di Pietà.

Come vuole. Diciamo allora che i registi della sua generazione o suoi allievi si sono commercializzati, si sono venduti per denaro…

    È una questione che non conta niente. Se uno per vivere si adatta a girare i caroselli degli spaghetti o della benzina super che vogliamo fare, lo condanniamo a morte? II problema è un altro, è una tragica mancanza di visione generale delle cose, un tragico rifiuto ad assumersi le responsabilità vere, serie.

Cioè a raccontare nei film la lotta dei braccianti per la terra, l’odissea degli emigranti, la disoccupazione nelle fabbriche, la violazione della legge in Sicilia?

    Già, perché adesso in Sicilia invece la legge trionfa. Lasciamo perdere. Quello del periodo neorealista era cinema di denuncia. Allora avevamo bisogno di conoscerci, di prendere coscienza della realtà, di diagnosticare i nostri mali sociali e politici. Però alla diagnosi deve seguire la terapia, altrimenti tutto diventa un gioco sterile.

Ma il cinema non è mica un dottore, la funzione dell’arte non è quella di prescrivere medicine per i mali sociali politici o umani…

    E qual è allora? Che vogliamo fare, I’arte per l’arte? Non diciamo cretinerie anche antiquate, sulla funzione dell’arte è quella di essere il veicolo attraverso cui i non specialisti avvertono quel che accade nel mondo. Ma vogliamo scherzare? La storia umana è meravigliosa, la vita dell’uomo un epopea straordinaria, il progresso una liberazione esaltante: se un artista non si eccita su questi temi, su che cosa si deve eccitare? Sull’autobiografia, sulle proprie malattie morali o psichiche, sui sogni che hanno fatto ieri notte lui o sua moglie? Magari ci si divertiranno loro, ma come si può pretendere che interessi in qualche modo gli altri? Per questo il cinema muore. Perché è diventato inutile, non serve più a nessuno, serve solo alla vanità degli autori o degli attori.

Molti dicono che le ragioni sono diverse: i nuovi mezzi di comunicazione di massa, le nuove abitudini di vita collettiva…

    Scemenze. La colpa non è del televisore o delle gite in automobile. È il prodotto del cinema, il film, a non essere più valido: altro che storie. Le uniche colpe le hanno i registi, gli autori cinematografici, la gente del cinema.

Ma quali colpe?

    Abbiamo passato anni a dibattere falsi problemi, a fare discussioni inutili: cinema di evasione o cinema di idee, cinema commerciale o cinema d’autore… Questioni pazzesche. Il cinema può essere tutto, non è una cosa in sé, è un mezzo di espressione, di comunicazione. Il cinema d’autore poteva servire da laboratorio sperimentale per il cinema commerciale, così come ogni industria seria destina una parte del proprio bilancio agli uffici studi, sperimentazioni e ricerche. Invece ci siamo dilaniati in una lotta cretina. E solo perché nel cinema tutti sono talmente dominati dalla vanità da non riuscire nemmeno a vederle, le cose serie… Di fronte al progresso quelli della mia generazione non sono capaci altro che di strapparsi i capelli, di lamentarsi, di rimpiangere un passato bieco: oh solitudine della civiltà industriale, oh alienazione dell’uomo in automobile, oh bei tempi dell’infanzia in campagna, oh morire dei sentimenti d’amore travolti dalla lavatrice e dal jet… Che vergogna, che spreco. Come vuole che i giovani ci rispettino? Hanno ragione a farsi crescere i capelli e a prenderci a calci nel sedere.

Oggi la creazione è vanità

Quindi Antonioni, Fellini, Germi, Bellocchio

    Tutto il cinema che si fa oggi è assolutamente superfluo.

Visione nera. Non le è mai venuto il sospetto di essere lei a essere morto, invece del cinema? C’è tanta gente che lo dice. Rossellini è finito, Rossellini non ha più fiato, Rossellini ha chiuso…

    Dicano. Non mi irrita, non mi dispiace. Insomma non me ne frega niente. Io ormai dal cinema sono fuori: non sono mica necrofilo. La creazione non mi interessa: che me l’ha ordinato il dottore di essere un artista? Raccontare una storia in un film non mi passa neanche per l’anticamera del cervello.

E questa rinuncia non le dà dolore, angoscia?

    L’unica cosa che mi dà angoscia è non lottare, ridurmi allo stato di ameba. Non ho avuto una vita facile io, ma in compenso non mi sono scocciato neanche per mezzo secondo. Il tempo per coltivarmi i complessi non l’ho mai avuto. Ma quale dolore? Oggi la creazione è soltanto un puro esercizio di vanità: dato che la gente non ti segue, non ha bisogno di te. Allora ostinarsi diventa da cretini, da cadaveri. Hai fatto un’esperienza e devi lasciartela alle spalle: è finita, è compiuta, le soluzioni, possibili, sono due: o vivi di rendita o cerchi di andare avanti, di trovare altre strade. Intanto rifletti, cerchi di capire.

Per lei il problema è particolarmente acuto: padre del neorealismo, maestro del cinema italiano…

    È difficile liberarsi da queste etichette, da queste classificazioni. Se cambi strada, ti accusano di mancare di coerenza: cioè t’imputano come una colpa il fatto di non restare fermo su una posizione vigliacca come è quella di diventare una caricatura di te stesso annoiata e noiosa. Se non cambi, ti accusano di involuzione.

E lei invece che cosa vuol fare?

    Io voglio sapere, voglio capire. Ho la coscienza perfetta di essere un ignorante, e so che un uomo contemporaneo non può permettersi di essere ignorante. Io voglio imparare e far partecipi gli altri delle mie scoperte. Imparare è meraviglioso, ed è un’operazione in cui si può essere generosissimi.

Solo imparare, nient’ altro?

    È fatale che la strada del sapere sbocchi poi per forza in qualche cosa, no? Anche creativamente. Spero di arrivare a un cambiamento, a trovare una strada nuova che servirà anche agli altri. Come è successo sempre, del resto.

Be’,  forse proprio sempre…

    Almeno girando Roma città aperta o Viaggio in Italia, o Francesco giullare di Dio, io sapevo che quel che facevo, era nuovo, era un cambiamento. Ho sempre saputo di essere un padre e che avrei avuto dei figli, magari degeneri. Guardi, io ho fatto solo due film puramente alimentari, perché avevo bisogno di soldi per tirare avanti: Il generale Della Rovere e Anima nera. Me li rimprovero aspramente. Ora sono cinque anni che non lavoro e che non ho guadagnato una lira. Ho fatto sacrifici tremendi e salti mortali per pagarmi il lusso di cercare e di costruire qualcosa di completamente nuovo. Ho trovato gli strumenti per realizzarlo, i soldi; ho suscitato interesse negli altri, ho cominciato a raccogliermi intorno un gruppo di giovani in Italia, e in Francia. Ora sono pronto.

Pronto a fare che cosa?

    Ho un programma di lavoro molto vasto. Una serie di grandi affreschi epici della nostra società. L’ha visto quell’Età del ferro che ho fatto per la televisione? Era solo un prototipo. Poi ho fatto La presa del potere da parte di Luigi XIV, presentato a Venezia fuori concorso. È un saggio storico, mica altro. Con il rigore di un’opera di storia ma anche con tutti gli ingredienti dello spettacolo. È un lavoro di una serietà estrema, ma quelli che I’hanno visto si sono divertiti da morire. È solo un film didattico.

Ci aspetta una rivoluzione

Quindi film didattici, lezioni filmate, nozioni utili… È proprio sicuro che sia la strada giusta?

    Sicurissimo. È l’unica strada per salvarsi dalla morte, per riscattarsi dall’inutilità. Ci aspetta una rivoluzione totale, non solo del cinema ma di ogni altra forma d’arte. I prossimi vent’anni saranno tutti giocati sull’educazione, sull’istruzione, sull’imparare e l’insegnare.

Perché ha abbandonato il cinema per la TV?

    Io giro dei film, poi questi film vengono diffusi dalla televisione. Per farli cerco i soldi dove li trovo, e trovarli alla televisione è più facile. Lo faccio perché la gente li veda: e la televisione il pubblico la segue.

E lei crede che il pubblico accetterà di sedere davanti al televisore ad ascoltare delle lezioni di storia? Tutti dicono che il pubblico vuole distrarsi, divertirsi…

    Lo sa quali sono stati i più grandi successi nei Paesi africani di nuova indipendenza, in quei Paesi del Terzo Mondo che rappresentano poi un terzo del mondo? Aleksandr Nevskij e Cinna: cioè due film che affrontano i problemi della formazione di uno Stato. Un altro genere di pubblico, certo, abituato a consumare altro genere di film. Male abitudini si possono sradicare e cambiare. Ho sempre cercato di inventare. Certo che quando fai una cosa nuova sei approssimativo, confuso. Ma se non corri rischi non fai niente. Figurarsi che me ne frega poi se mi danno del cialtrone.

E del successo non le importa niente?

    Niente di niente di niente.

Ma che cosa è importante allora per lei?

    L’importante è stare tranquilli con se stessi e non annoiarsi. Io sono come i napoletani, che nel loro vocabolario non posseggono la parola “lavoro”. Il lavoro lo chiamano “fatica”, e hanno ragione. Io non voglio faticare, mi voglio divertire. Anche se divertirsi stanca, in un modo terribile.

LIETTA TORNABUONI

Intervista del 1966
Redazione, 26 ottobre 2019

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