RAY HARRYHAUSEN, TRA IL VECCHIO E IL NUOVO

Sulla pensilina della storica sala berlinese Zoo-Palast, dove debuttarono tutti i classici del cinema muto di Fritz Lang, recentemente è comparso all’improvviso un gigantesco King Kong alto cinque metri. Non era li per commemorare il giorno di San Valentino, ma per festeggiare l’ennesimo anniversario del capolavoro di Schoedsack e Cooper che rese il gorillone celeberrimo in tutto il mondo.

    La persona che ha attraversato l’oceano per fare da supervisore alla sua ricreazione altri non è che Ray Harryhausen, che ha posto così termine a una carriera all’insegna del re delle scimmie. Nato a Los Angeles il 19 giugno del 1920, già a tredici anni era rimasto affascinato da King Kong (1933) e, in modo particolare, dagli effetti speciali di Willis O’Brien. Il suo sogno si realizzò alla fine degli anni Quaranta, quando conobbe O’Brien e lavorò per lui in Il re dell’Africa (Mighty Joe Young, 1949) – vincitore di un Oscar per gli effetti speciali – facendosi carico praticamente di tutti i movimenti del gorilla.

    Collaborò anche con George Pal nei cortometraggi per bambini Puppetoons. Il suo maggior successo giunse nel 1953 quando, con un budget molto basso, si occupò degli effetti speciali de Il risveglio del dinosauro (1953), riuscendo a terrorizzare gli spettatori di tutto il mondo con la sua creatura antidiluviana che attacca un parco di divertimenti. Tre film di fantascienza, in bianco e nero e di basso costo, consolidarono la sua reputazione. In Il mostro dei mari (1955) – opera che segnò l’inizio di un rapporto di lavoro con il produttore Charles Schneer che si sarebbe protratto per un quarto di secolo – creò un gigantesco polipo a cinque tentacoli che invade la città di San Francisco e distrugge il Golden Gate.

    Ne La Terra contro i dischi volanti (1955) progettò e costruì diverse navi molto particolari; la sequenza iniziale, in cui un disco volante compare dietro un’automobile sull’autostrada che attraversa un solitario deserto, è l’incarnazione per antonomasia della paranoia in cui si viveva negli anni Cinquanta. In A trenta milioni di chilometri dalla terra (1957) creò il suo mostro più simpatico, un enorme “Ymir” venusiano che semina terrore nella campagna italiana. Il suo ultimo film di fantascienza fu Base Luna chiama Terra, girato nel 1964. È l’adattamento di un romanzo di H. G. Wells e rappresenta il suo primo felice esperimento con il colore. Il suo maestro, Willis O’Brien, realizzò Mondo perduto (The Lost World, Irvin Allen, 1960); Harryhausen non volle essere da meno e creò vistosi mostri preistorici in Un milione di anni fa e La vendetta di Gwangi (1969), in cui il dinosauro Gwangi e un elefante si scontrano in un’arena. È stata la prima ed unica volta in cui dinosauri e cowboy sono comparsi insieme sullo schermo.

    Il maggior contributo tecnico di Harryhausen all’industria cinematografica è il Dynamation, un sistema per animare pupazzi sviluppato durante la sua permanenza negli studi di George Pal; la lotta dell’eroe con un gruppo di scheletri in Il settimo viaggio di Simbad (1958) ne sarebbe stato un brillante esempio. Dotato di un’immaginazione fervida e di un’ingenuità fuori moda, Harryhausen è il tramite fra i vecchi maestri come O’Brien e le nuove generazioni, tecnologicamente avanzate, di artisti di effetti speciali.

MANUELA MARTINI

Redazione, 28 ottobre 2019

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