ALEXANDER KLUGE, E L’ESPERIENZA SOCIALE COLLETTIVA

Alexander Kluge è uno degli estensori, nel 1962, del Manifesto di Oberhausen da cui si è soliti datare la nascita di quella corrente ricca di fermenti artistici, culturali e sociali che è stata poi definita Nuovo cinema tedesco.

Quel manifesto, oggi, può considerarsi ancora attuale?

    «Nella misura in cui postulava l’esigenza di un cinema inteso come esperienza personale. Il nostro impegno, oggi, com’è chiaro, è di tenere sempre aggiornate queste esperienze, indirizzandole la dove le circostanze via via lo richiedono. Da noi, in Germania, la divisione è precisa: almeno metà dei film che si producono sono irrimediabilmente superati; e inutili; l’altra metà, invece è il “nuovo cinema”,  ed è i cinema che deriva tuttora da Oberhausen».

Come lo definirebbe il Nuovo cinema tedesco?

    «Le ho detto: per prima cosa quello che si realizza partendo sempre da una propria, personale esperienza. E poi quello che non prescinde in alcun modo dalle esperienze dello spettatore, anzi vi fa riferimento di continuo. I film di questa tendenza debbono organizzarsi nella testa dello spettatore. Più in un film c’è dell’azione e più lo spettatore, seduto in poltrona, resta passivo. Meno un film discetta su questa o quella tesi e più mobilita l’immaginazione dello spettatore richiamandosi alle sue esperienze più dirette. Bogdanov, del resto, il teorico della Prolet-Kult, non definì forse la funzione dell’arte “L’organizzazione dell’esperienza sociale collettiva“? Non si può adempiere a questa funzione senza rischi, senza qualche sfida al senso comune e soprattutto senza una cieca fiducia nelle possibilità dello spettatore di “completare” il film in base alle sue personali esperienze ».

    Nel suo film Le occupazioni occasionali di una schiava (1973), descrive i tentativi vani di emancipazione di una donna, di una «schiava», come lei l’ha definita anche nel titolo. È un film sul femminismo?

    «Visto però sotto diverse prospettive dialettiche. Vede, io ritengo che la nostra società, oltre ad essere ordinata in classi intese marxisticamente in senso tradizionale, si divida soprattutto in due classi fondamentali: la classe maschile e la classe femminile. Se vuole, sono addirittura due tipi di società totalmente differenti e – per quanto l’affermazione suoni strana – abbastanza incomunicabili tra loro. Ciascuna di queste classi ha le sue contraddizioni, ma quella maschile ha avuto per secoli la possibilità di mascherarle grazie all’esercizio del potere. I.a contraddizione principale della classe femminile è che la donna ha il vantaggio di essere la… proprietaria dei propri mezzi di produzione. Le donne “producono” uomini, e cioè la vita, e questo è l’aspetto costruttivo, positivo della loro esperienza. La loro possibilità di affermarsi, però, è terribilmente condizionata dal loro legame con la famiglia, che è un secondo cordone ombelicale, il più delle volte insopprimibile. E questo è l’aspetto, se non proprio negativo, certo “conservatore”, della loro esperienza. È sotto questa prospettiva che, nel mio film, ho accolto certe tesi del femminismo».

La protagonista del suo film, Roswitha (Alexandra Kluge), è presentata, comunque, come una eroina del femminismo?

    «Al contrario, queste eroine oggi sono ancora un’utopia anche perché, se ci fossero, dovrebbero condurre delle battaglie collettive per imporre le proprie idee. E questo in Germania non succede. In Germania, al massimo, ci sono dei casi isolati, come appunto quello che io ho descritto attraverso il personaggio di Roswitha. Un personaggio che si ribella alla sua condizione di schiava, ma che ne conserva quasi tutte le contraddizioni. Quello, per esempio, che “in famiglia fa caldo e fuori freddo”, il famoso principio che le gioie della famiglia si difendono estraniandosi totalmente dalla vita pubblica, il principio della felicità per sé e dell’infelicità per gli altri. Auschwitz non ha scosso la “poesia della famiglia tedesca”. In fondo, cosa fa Roswitha nel mio film? Per avere dei figli propri e poterli allevare, procura aborti, dietro compensi in denaro, alle altre madri. È proprio il concentrato di quelle contraddizioni che mettono ancora in forse i vari tentativi di emancipazione della donna ».

Questi figli, però, che “paga” con tanti sacrifici, Roswitha finisce per trascurarli, come trascura il marito: per il lavoro e, a un certo momento, persino per la politica.

    «Ma perché è un’altra delle sue contraddizioni. Una contraddizione tipica della donna di oggi. Per poter provvedere ai figli e al marito bisogna abbandonarli a se stessi. I.’attività di Roswitha a favore della famiglia è la premessa del suo estraniarsene. D’altro canto in lei la famiglia esiste solo come idea, come concetto astratto: un modello borghese, ormai tramontato, ma che suscita ancora certe sue nostalgie. Per questo, a un certo momento del film, ho fatto ricorso a certe illustrazioni di un libro per ragazzi della fine Ottocento. Per mettere l’accento su quella idea che, nei suoi sogni, Roswitha ha tuttora della famiglia: il focolare, l’isola in sé perfetta, chiusa a tutto il resto».

Un personaggio con tutte queste contraddizioni riesce ad accreditare la necessità dell’emancipazione della donna?

    «Certamente, perché è reale. E dà conto esattamente della realtà in cui oggi vivono le donne. Sarebbe fuor di luogo, per far del femminismo, fare del trionfalismo. Il film ha due scopi. Uno, quello di registrare lo stato di delusione che ha messo in moto la nuova forza della donna, l’altro quello di considerare un punto di partenza, e non un punto di arrivo, questa delusione, come diceva anche Adorno quando invitava a non lasciarsi fiaccare dalla potenza d.egli altri o dalla propria impotenza. Più si prende sul seno la forza storica della donna e meno la si deve idealizzare; l’idealizzazione è riduttiva. La società di oggi non l’hanno inventata le donne, ma gli uomini, per questo per le donne ci sono contraddizioni ad ogni angolo. Ma non bisogna aver paura di queste contraddizioni. Così come non bisogna aver paura dell’errore. Non è più assurdo del grido studentesco del ’68 : “L’immaginazione al potere“».

Ci sono analogie col suo film successivo, Quando un grave pericolo è alle porte le vie di mezzo portano alla morte (1974)?

    «Lì si tratta della classe operaia. Ci sono riferimenti anche con Le occupazioni occasionali di una schiava. La classe operaia è alienata, perché da sempre le sono sottratti i mezzi di produzione. La classe femminile invece, che, come le ho detto, possiede naturalmente i propri mezzi di produzione, non potrà mai essere alienata perché ha un rapporto diretto con la natura. E in questo si apparenta alla classe contadina di cui ha le stesse possibilità rivoluzionarie. La Cina, il Vietnam, e altre grandi grandi rivoluzioni sociali non sono state forse rivoluzioni contadine?».

MINO PIERALISI

Redazione, 29 ottobre 2019

GALLERIA FOTO

GALLERIA VIDEO