SOYUX 111 TERRORE SU VENERE (1960) – KURT MAETZIG

Aggressiori alieni, dischi volanti e blob cosmici non sono le immagini che vengono comunemente associate ai film prodotti negli ex Paesi socialisti. Ma nel corso degli anni ’50 e ’60 gli spettatori dell’Europa dell’Est si sono imbattuti in una serie di avventure spaziali provenienti principalmente dalla Russia, ma anche dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria, nonché dalla Germania dell’Est. Similmente alle loro controparti occidentali, le astronavi che solcavano gli schermi del cinema di Stato spesso attingevano la loro energia dall’immaginario creato dalla politica polarizzata della Guerra Fredda. Sojux 111 – Terrore su Venere (1960), noto anche come Il pianeta morto (Der Schweigende Stern), una co-produzione tra Repubblica Democratica Tedesca e Polonia, è tra i primi di questi film che abbia avuto una risonanza oltre la cortina di ferro. Inizialmente ne era stata programmata l’uscita nel 1959, in modo di cadere nel decimo anniversario della Repubblica.

La DEFA (un acronimo per Deutsche Film-AG, ovvero società del cinema tedesco), che ha prodotto Sojux 111, impiegò tutte le sue risorse per la sua prima pellicola di fantascienza. La storia dell’eroica missione su Venere compiuta da un equipaggio multirazziale per salvare la Terra fu girata in uno splendido 70mm Totalvision (la risposta della DEFA al Cinemascope), con una colonna sonora a quattro piste e con i colori lucidi dell’Agfacolor.

Al suo debutto, il 26 febbraio 1960, Sojux 111 era diventato il film più costoso mai realizzato dalla DEFA. La pellicola non rappresentava soltanto un’impresa ambiziosa tecnicamente ed economicamente; con la corsa allo spazio grazie al lancio dello Sputnik e la Crisi di Berlino sullo sfondo, la DEFA doveva confrontarsi continuamente con un’atmosfera ideologicamente molto carica. Furono necessari ben tre gruppi di scrittura e dodici stesure della sceneggiatura per raggiungere un compromesso accettabile tra le convenzioni del genere, lo humour e l’avventura da una parte, e il messaggio politico imposto dai burocrati della cultura dall’altra. I tentativi iniziali di rendere il film più coinvolgente con trovate comiche e allusioni sessuali furono soffocati dalle politiche della Guerra Fredda. Il progetto fu quasi annullato quando i responsabili della cultura della Repubblica Tedesca impedirono alla DEFA di cercare partner occidentali (la DEFA voleva coinvolgere la Francia nella produzione, in termini di finanziamento, sceneggiatura e collaborazione con gli attori Simone Signoret e Yves Montand).

La DEFA fu accusata inoltre d’aver permesso che gli agenti cinematografici sospetti della Germania Occidentale si aggirassero senza controllo alcuno negli studi di Babelsberg. Nella versione definitiva di Sojux 111, il monito di avvertimento contro i pericoli della guerra atomica, allegorico e universale nel romanzo da cui è tratto il film, Il pianeta morto (Astronauci, 1951) di Stanislaw Lem, è stato rimpiazzato da un riferimento diretto al bombardamento di Hiroshima e dalla minaccia dell’imperialismo occidentale. A parte questo, gli spettatori della Germania dell’Est poterono cogliere pochi altri segni del conflitto tra intrattenimento e politica che caratterizzò la produzione del film. Sojux 111 ricevette una calorosa accoglienza in tutto il pubblico dell’Europa dell’Est, ed è stato uno dei pochi film della DEFA ad aver avuto una distribuzione in Occidente. In circostanze tuttora misteriose, raggiunse gli Stati Uniti in una versione ritoccata, intitolata First Spaceship on Venus (La prima astronave su Venere).

Le scene troppo critiche nei confronti degli USA furono censurate, mentre il capitano russo fu degradato nei confronti di uno americano. La DEFA avrebbe proseguito la sua avventura spaziale realizzando Elolomea (1972) e Im Staub der Sterne (1976), ma Sojux 111 rimane il più memorabile. Un film sorprendente dal punto di vista tecnico che può tranquillamente competere con molte produzioni occidentali simili, e una memoria storica di come, tanto da una parte quanto dall’altra, la Guerra Fredda cercò di sfruttare la cultura popolare dei propri fini politici.

ANTONIO LA TORRE GIORDANO

STEFAN SOLDOVIERI

Redazione, 17 ottobre 2019

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