PERCHÉ SI UCCIDE UN MAGISTRATO (1975) E L’ESAME DI COSCIENZA NEL CINEMA DI DENUNCIA

Il giovane regista Giacomo Solaris (Franco Nero) si trova a Palermo, in concomitanza con la presentazione al pubblico del suo film “Inchiesta al Palazzo di Giustizia” che suscita scalpore, strappa gli applausi al pubblico e, naturalmente, ottiene grande successo commerciale.

    Il Solaris, infatti, raccolte informazioni dal commissario Zamagna (Gianni Zavota), suo amico, dal costruttore mafioso Terracina, altro alleato, nonché dagli elementi in mano alla redazione dello scandalistico giornale “Sicilia Notte”, nel film ha descritto le malefatte di un alto magistrato locale e lo ha concluso con l’assassinio dello stesso da parte di un esaltato. Essendo facile il collegamento tra il personaggio della finzione filmica e il Procuratore Alberto Traini (Marco Guglielmi), politici e mafiosi cercano frettolosamente di parare gli eventuali contraccolpi dello scandalo. Ma la situazione si fa incandescente quando il Traini viene ucciso. Il Solaris, con lo scrupolo di avere provocata la tragedia, indaga nell’intento di dimostrare alla signora Antonia Traini (Françoise Fabian) l’esattezza delle accuse contenute nel film; e finisce per scoprire che il Procuratore è stato ucciso dall’amante della Traini per ragioni strettamente private.

    In Perché si uccide un magistrato viene allo scoperto l’estrema fragilità politica di un certo “cinema civile”  agli sgoccioli. Siamo infatti ormai in pieno romanzo. La violenza mafiosa, la corruttela politica, le tentazioni di un giornalismo di denuncia, sono ridotti a ingredienti spettacolari accanto allo psicologismo sommario (le crisi di coscienza di Solaris e della signora Traini), al risvolto melodrammatico (il figlio handicappato del procuratore, la passione della signora Traini “moglie povera dell’uomo potente” per il biondo medico) e alle risorse del giallo. Uno spettacolo abile ma di lento mordente: dice poco di nuovo e lo dice in termini troppo spesso inverosimili o convenzionali.

    L’evasione della commedia all’italiana. L’idea di base del film è, fuori di dubbio, ingegnosa: l’intenzione autobiografica; la possibilità di sfiorare e di evocare (se non altro per apparente analogia di alcuni dati) il misterioso delitto Scaglione; la carica ironica e autoironica implicita nello “smontare” (con un film che allude a un film vero e piglia le mosse da un film fittizio) tutto il rituale del “cinema di mafia” nostrano, ormai divenuto rancido e del quale, pure, Damiano Damiani è stato uno dei massimi, e più pacati, protagonisti; son questi tutti elementi che debbono aver sedotto l’autore e averlo invogliato a ripercorrere, con una nuova e più consapevole intenzione e con nuovi e più elaborati strumenti, una realtà colta non solo nella sua clamorosa imperfezione sociale, politica e morale (la mafia) ma anche nelle sue beffarde contraddizioni etiche (la paura o l’interesse che il delitto di mafia eccita e che il delitto “d’amore” annulla).

    Purtroppo, sin dall’inizio, s’avverte che il film stenta. È difficile dire in che cosa, a prima vista, ma subito ci si rende conto che l’àmbiguità del tema – che dovrebbe essere scioltamente hitchcockiana e cupamente naturalistica al tempo stesso non riesce a pigliar forma né dall’articolazione della sceneggiatura né dal piglio che la regia imprime al ritmo e alla recitazione.

    La caratterizzazione è ancora più ricalcata di quanto lo stesso-Damiani non abbia usato nei suoi film precedenti d’analogo sfondo; è il discorso è duplice – l’inquietudine del regista Solaris, che s’accorge, o tema, d’avere “anticipato” i tempi della realtà, e lo snodarsi ingannevole degli ambigui indizi riguardanti il formicolio delle colpevolezze politiche e mafiose comunque ridestate dal film prima e dal delitto poi – non arriva mai ad acquistare una autonoma snodatura. Sicché tutte le pesantezze del cinema di casa nostra – i protagonisti troppo slavati, i caratteristi troppo recitanti – acquistano di conseguenza un rilievo e una dimensione cupamente imbronciate e goffamente untuose, per cui l’intero machiavello del film finisce col funzionare male e in ritardo. È, in fondo, un risultato ingiusto, se si tien conto della buona volontà e della concreta solerzia di Damiani, uno dei meno presuntuosi e dei più scorrevolmente professionali fra i nostri registi di mezza età.

RENATO RIGA

Redazione, ASCInmea – Archivio Siciliano del Cinema

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