ALF SJÖBERG. LA REGIA BASATA SULLA COMUNICAZIONE

Regista del cinema svedese, il primo film di Alf Sjöberg è del 1929, Den starkaste (Il più forte); fra i più significativi A rischio di vita (1940), Spasimo (1944) sceneggiato da Ingmar Bergman, I cospiratori di Wismar (1944), Iris fiore del Nord (1946), La notte del piacere (1951) premiato a Cannes, Angeli alla sbarra (1960), Il Padre (1969). Anche regista di teatro. La sua fatica più rilevante, in questo campo, è stata la messa in scena al Teatro Reale Drammatico di Stoccolma de L’annonce faite à Marie, di Paul Claudel.

Come mai un testo di una religiosità così tipicamente cattolica in un Paese tanto decisamente protestante come la Svezia?

    « Come in tutti i capolavori, le qualità de L’annonce faite à Marie vanno oltre il suo contesto prettamente religioso. Claudel è attualissimo anche oggi, il suo teatro descriveva, fin da allora, uno dei fenomeni più tipici del nostro tempo, la sofferenza di persone condannate a non trovare la felicità nella società in cui vivono; per colpa loro e per colpa della società. Questo fenomeno è al centro, in modo addirittura emblematico, de L’annonce faite à Marie. E non è Maria, la lebbrosa santa, quella che nel dramma soffre di più, ma sua sorella Mara che ha cercato d.i prenderle nella società il ruolo di sposa e di figlia prediletta che invece spettava a lei. In seno a quella famiglia che ha sottratto Maria con ferocia, Mara non trova la felicità, come molti oggi non la trovano nelle famiglie inaridite e divise, indifferenti, egoiste. E Maria? La lebbra che l’ha colpita l’ha fatta escludere dalla società, esattamente come oggi la coscienza è esclusa dalla nostra vita quotidiana. Perché il destino di Maria non è solo quello dei lebbrosi medioevali: è anche il destino di tutta la gente “diversa”, incompresa e, quindi, perseguitata, di oggi. Un tema che tutti sentono; e di cui sono in molti a soffrire ».

Diventerà un fim questo suo Annunce faite à Marie cosi vicino ai nostri problemi di oggi?

« È fra i miei progetti. ho un precedente, deL resto: Il Padre, di Strindberg, che prima ho rappresentato in teatro e poi ho ridotto per lo schermo. L’annonce, con quella sua tematica centrale dell’ intolleranza avrebbe anche al cinema molte possibilità di convincere e di commuovere. C’è la scena del miracolo che, cinematograficamente, mi lascia un po’ perplesso (mi riferisco alla resurrezione della bambina di Mara), ma Pasolini, in Teorema, su questa
linea ha ottenuto degli effetti straordinari, e tutti cinematografici. Una volta al cinema si diceva che i discorsi profondi non si potevano fare. Adesso invece, e per fortuna, il cinema migliore – quando c’è – è tutto un discorso profondo. Da noi in Svezia, in Francia e da voi in Italia ».

Qual è il principio base su cui, sia in teatro sia al cinema, costruisce le sue regie?

    « Uno soprattutto: la comunicazione. Il primo dovere di un autore (e di un regista) a teatro e al cinema è quello di “comunicare”, di arrivare allo spettatore. Allo scopo di metter fine all’ isolamento in cui vivono gli individui ed anche le classi sociali. In ogni mio film, con ogni mia regia teatrale, io ho sempre cercato di dar vita a un ritratto dell’uomo in cui lo spettatore possa riconoscersi; ricevendone aiuto, insegnamento. Intendiamoci, non sono per l’arte didattica, ma non credo nemmeno all’arte per l’arte. Voglio un’arte – un teatro, un cinema – che senza diventare didascalici arrivino a proporre una lezione di umanità. Questo c’è nell’arte di oggi e questo c’è anche nell’arte di ieri. In quella di ieri, anzi, è possibile trovare dei significati, cui porta nuove linfe, nuovi insegnamenti 1a prospettiva contemporanea sotto cui la consideriamo. Molière, per esempio, Michelangelo, Raffaello, Bernini, hanno probabilmente molto più significato per noi oggi, che li avviciniamo in un contesto nuovo, che non per i loro contemporanei. E anche Claudel, naturalmente. I suoi “infelici”, i suoi “diversi”, le sue vittime dell’intolleranza generale oggi sono personaggi molto più attuali e drammatici che non ieri. Lo si vede dal come commuovono in teatro. Lo si vedrà, spero, se si trasferiranno domani su uno schermo ».

Qual è il peso, secondo lei, che deve avere la politica nel teatro; e nel cinema?

    « Non mi piace dividere l’arte in arte politica e in arte neutrale. oggi viviamo tutti in una società  politicizzata e non sarebbe onesto, per l’arte, di dimenticarsene. Con questo non voglio dire che ogni autore debba sempre introdurre in ogni sua opera un esplicito messaggio politico. Una visione politica, una concezione politica, però, la si ritrova, con un po’ di attenzione, in tutte le opere classiche. Basta non ignorarla, e nelle stesse proporzioni. In ogni epoca, molte opere classiche hanno scelto come tema quello del personaggio che ha una visione nuova, dialettica del mondo e che, a causa di questo, è combattuto, espulso dalla società “chiusa” in cui vive. Il tema è sempre attuale, oserei dire, addirittura, che è eterno – L’arte impegnata l’ha sempre fatto proprio, dai Greci (che erano “impegnatissimi”), ad oggi. E così l'”avanguardia”. Le do un esempio italiano: Dario Fo. L’ho sentito recitare due anni fa a Padova. Il suo teatro non nasceva nel vuoto, rifletteva un preciso passato culturale, si appoggiava all’alta tradizione. Era “politico”, se vuole era addirittura “rivoluzionario”, ma alla stessa maniera dei classici; non ignorandoli, riflettendone anzi i modi, i temi ».

La sua attività cinematografica ha segnato il passo ad un certo punto. La sua attività di regista teatrale è stata, invece,  particolarmente intensa. Qual è la ragione?

    « Il mio rapporto con il pubblico, a teatro, è più immediato, più diretto. Mi soddisfa di più, anche umanamente. oltre a tutto il pubblico teatrale, almeno in Svezia, non è più quello d’una
volta, è cresciuto, si è fatto adulto, esige molto di più di quello dei cinematografi e costringe così ad una maggior ginnastica mentale e ad un impegno morale, artistico, via via sempre più
seri, più attenti. Comunque, la lontananza da cinema per me è un’eccezione: in quarantacinque anni di carriera ho realizzato solo diciotto film. Il diciannovesimo, potrebbe uscire ancora una volta dal Kungliga Dramatiska Teater, chissà, potrebbe anche essere L’annonce faite à Marie»

Il suo film preferito?

    « Senza esitazioni, La notte del piacere (1951). E non per il Gran Premio di Cannes. Per quella novità che ho introdotto nell’impiego del normale “tempo” cinematografico, affidando ad una stessa immagine momenti diversi e lontani fra loro, uniti solo dal tema e dalla logica. È strano che altri non abbiano fatto di più in quella direzione. Si direbbe, a volte, che gli autori di cinema siano pigri, nonostante le rivoluzioni “tecniche” che ogni giorno ci rivelano. È una pigrizia, invece, che bisogna cercare di vincere al più presto perché il cinema – lo specifico del cinema, l’immagine, non l’industria – è sull’orlo di una crisi: siamo arrivati all’inflazione dell’immagine. Per colpa della TV. Non credo che la TV come spettacolo possa fare una seria concorrenza al cinema, ma con il martellamento delle sue immagini ha cominciato a provocare negli spettatori la sazietà dell’ immagine. E dico ancora sazietà, ma fra poco si potrà dire anche nausea. Prima al cinema si andava come si andava a una scoperta, con un senso di avventura nell’animo. Lo spettatore, adesso, ci va invece senza più alcuna curiosità, convinto che lo schermo, con le sue immagini, non abbia quasi più niente da offrirgli. Ci sono rimedi? È lì che bisogna vincere la pigrizia per trovarli! Per prima cosa, intanto, bisogna smetterla di pensare al cinema in modo convenzionale. E convenzione, oggi, vuol dire commercialità, consumo di massa, stupidità. Fare i film per venderli presto e bene, illudendosi di servire la platea, vuol dire trovarsi domani senza pubblico. Non è un paradosso: più il cinema, ignorando il fenomeno della sazietà dell’immagine, punterà sul consumo escludendo l’arte, la cultura, e meno avrà ascolto, compratori ».

Come riassumerebbe i suoi quarantacinque anni di carriera?

    « Con una parola sola: libertà. Ho fatto cinema soprattutto negli anni in cui il problema della libertà era, per l’individuo,il più importante perché il più minacciato. E questo problema, così, ho sempre cercato di metterlo al centro di tutti i miei film. Con uno speciale riferimento, in film quali Solo una madre e Bara en mor (Solo una madre, 1949) Karin Månsdotter (1954), al tema dell’emancipazione della donna. Un tema che la società e la cultura svedesi non hanno aspettato il femminismo per scoprire ».

MINO PIERALISI

Redazione – ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

Pubblicazioni di riferimento: 7 domande a 49 registi di Gian Luigi Rondi (SEI Ed.) , Cineforum (AA. e Nrr. VV.), Filmcritica (AA. e Nrr. VV.), Positif (AA. e Nrr. VV.), Chaiers du cinéma (AA. e Nrr. VV.), Bianco e nero (AA. e Nrr. VV.).

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