ALBERTO LATTUADA. IL CINEMA SENZA TABÙ SOCIALI E RELIGIOSI

Regista fra i più rappresentativi del cinema italiano, laureato in architettura, il primo film come regista di Alberto Lattuada è del 1942, Giacomo l’idealista. Tra gli ultimi film che realizzò, due destarono particolare clamore: Le farò da padre(1974) e Cuore di cane (1976), dal romanzo di Michail Bulgakov.

Come definiresti il tema di Le farò da padre?

    « Il trionfo dell’istinto sulla ragione, della felicità fisica che si sublima in quella spirituale. L’amore vero, il ritrovamento del Paradiso perduto. E la cancellazione della colpa del peccato amoroso, l’esaltazione cioè di una purezza e di una limpidezza di rapporti assolute attraverso una creatura che fra il sentimento amoroso e se stessa non ha più il diaframma della civiltà, della famiglia, delle religioni, dei tabù. Un ritorno all’Eden, insomma, l’esaltazione dell’erotismo nella sua forma più sublime e più semplice, senza quel senso di colpa che sempre, nella nostra società, si accompagna all’amore ».

E lo stile?

    « Il grottesco. .Si parte sempre da situazioni non romantiche, per scoprire, alla fine, una vena di sentimenti autentici. In una cifra ironica e amara: nei modi del racconto, nei contrasti, nei rovesciamenti improvvisi di situazioni. Ed anche, più di una volta, in una cifra scopertamente umoristica. Del resto, l’umorismo, per me è la forma pù alta di civiltà. Direi addirittura che è la chiave stessa della convivenza. Per questo mi rifaccio spesso a Gogol; e ad altri come lui ».

Come hai visto Le farò da padre nel contesto della tua carriera ?

    « Un gradino più su dei Dolci inganni, de La mandragola, di Venga a prendere il caffè da noi. Un gradino più su del divertimento, cioè; in un clima in cui la satira ad ogni istante si lascia incrinare e contraddire dal sentimento, mentre la farsa scivola verso la malinconia e la dolcezza: come, anni fa, ne Il cappotto. Per questo, prima, ho parlato di Gogol. Per questo, subito dopo, ho realizzato Cuore di cane di Bulgakov, di un autore, cioè, che oggi è senza dubbio l’erede più grande e più diretto di Gogol ».

Come lo hai interpretato al cinema, il romanzo di Bulgakov?

    « Dando spazio, in primo luogo, a suo contrasto di base, quello tra la fede sincera dei rivoluzionari che credono in una società nuova da pagarsi anche con grandi sacrifici e il privilegio, l’egoismo del genio che non accetta questi sacrifici e pensa di trarre profitto dalla sua posizione di genio, di uomo superiore. È da questo contrasto che nasce il dramma della creazione dell’homunculus, dell’uomo che dovrebbe abbreviare i tempi del perfezionamento dell’umanità e che invece diventa ingombrante, fastidioso, fino al momento in cui il suo creatore, per liberarsene, lo trasforma di nuovo in cane. Una parabola molto amara sulf impossibilità dei tempi brevi de1la palingenesi e sulla necessità dei tempi lunghi per arrivare a sperare in un futuro diverso. Una parabola ed anche un dramma esemplare. Con tutti i riferimenti possibili con quanto ci circonda. Le involuzioni delle rivoluzioni, ad esempio, che vediamo tutti i giorni davanti ai nostri occhi e la corruzione delle utopie, che decadono e si snaturano per l’uso che ne fanno gli uomini, soprattutto a livello di potere ».

Cosa ti ha indotto, fra i romanzi, di Bulgakov, a scegliere proprio Cuore dii cane?

    « Puramente e semplicemente la lettura del romanzo. Mi ha affascinato. Portarlo sullo schermo voleva dire dar vita a uno spettacolo e, nello stesso tempo, proporre un grande insegnamento. Quel personaggio centrale, ad esempio. È un uomo-cane, fiuta tutto, mangia lappando il piatto della minestra, obbedisce a impulsi incomprensibili, insegue i gatti, ma nello stesso tempo, aggirandosi fra le pieghe del racconto, immotivato eppure vero, assurdo ma colmo di note autentiche, finisce via via per dare risalto a delle verità straordinarie, amarissime. in una chiave che, a volte, per il modo di trasmetterci le sue lezioni, sembra ricordare un po’ Kafka: con un realismo che ho cercato di alzare qualche centimetro da terra perché la verità non trovasse spazio nelle immagini, ma solo nei significati profondi del racconto ».

Da Giacomo l’idealista a oggi cosa pensi di aver dato al cinema italiano?

    « Una costante che, pur attraverso la varietà dei generi che mi hanno sempre ispirato, si ritrova in quasi tutti i miei film: la solitudine. I miei personaggi, alla fine, sono sempre soli con se stessi: Giacomo l’idealista, Il bandito, la povera prostituta de La spiaggia, Guendalina dopo la partenza del ragazzo, tra due genitori che non la capiscono, la ragazzina dei Dolci inganni dopo la sua prima esperienza amorosa, Princivalle dopo il delitto de Il mulino del Po, Mafioso con il suo omicidio nascosto in fondo alla coscienza, il Biagio Solise di Sono stato io! che dopo aver montato un fantastico arzigogolo per diventare celebre e ricco finisce in un penitenziario perché ha sbagliato tutti i suoi calcoli, il Paronzini di Venga a prendere il caffè da noi che, in fondo, dopo tanto calcolare e architettare, si ritrova su una carrozzella, totalmente paralizzato, e anche, se vogliamo, la stessa Fräulein Doktor, con tutto quel sangue che le pesa addosso, con quel suo fanatismo cieco che l’ha illusa sulla grandezza e le ragioni della guerra… Una moltitudine di isolati, di gente sola. Del resto, anche senza citare Leopardi, la solitudine non è la condizione tipica dell’uomo? ».

Cosa vuoi dal cinema?

    « Che mi aiuti a trasmettere la mia indignazione e il mio impulso a modificare e a correggere. E questo anche nel momento in cui mi vince il dubbio che l’uomo sia un essere ineducabile, in balia a un “progresso” che ora lo spinge avanti ed ora lo riporta indietro, vittima di remote origini cavernicole pronte a riacciuffarlo ad ogni istante mentre le belle utopie dei filosofi in nome delle quali si sono fatte guerre e rivoluzioni immani si annullano e si dissolvono ancora una volta nell’orribile storia dell’uomo fanatizzato dalle sue nuove credenze fideistiche ».

MINO PIERALISI

Redazione, ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

Pubblicazioni di riferimento: 7 domande a 49 registi di Gian Luigi Rondi (SEI Ed.) , Cineforum (AA. e Nrr. VV.), Filmcritica (AA. e Nrr. VV.), Positif (AA. e Nrr. VV.), Chaiers du cinéma (AA. e Nrr. VV.), Bianco e nero (AA. e Nrr. VV.).

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