IL CIRCO (1928) DI CHARLIE CHAPLIN. IL CAPOLAVORO SENZA TEMPO, TRA COMICITÀ E POESIA

Il circo, universo avvolto dal velo della magia, con i suoi volti malinconici, i suoi sorrisi, le storie di vite che prendono forma come lo scorrere delle stagioni scandite dalle ruote dei carri che girano il globo, portando con sé il tesoro di una cultura senza tempi né spazi, trovando il suo senso d’esistere dagli applausi del pubblico.

    Il circo (1928) di Charlie Chaplin, è un omaggio a questa nobile arte, un mondo che il grande maestro del cinema riesce a trasformare in uno spettacolo per il grande schermo e lo fa da grande artigiano curando la regia così come la sceneggiatura e le musiche; il risultato è una fedele polaroid di quella che era la condizione sociale degli artisti che nel circo vivevano e lavoravano agli inizi del Novecento, un vero capolavoro del cinema muto. Arte molto antica quella circense ma non immune dalla logica del profitto che ha trasformato l’economia mondiale a partire già dalla prima rivoluzione industriale, con gli artisti che diventano automi senza cuore né anima per i quali vige l’obbligo fare la propria parte, catturare il pubblico, divertendolo e col fine di realizzare gli interessi del proprietario del circo nei cui piani non è contemplata la dignità del lavoro dei suoi dipendenti ma quello di accrescere il suo capitale.

    Charlot è il protagonista del film, un povero vagabondo dall’aria goffa e impacciata che non recita un copione prestabilito ma vive quello che la vita gli porge innanzi ai suoi occhi con una buona dose di innata di naturalezza unita una grande carica poetica, caratteristiche che lo rendono eterno, attuale sino ai nostri giorni.

    La pellicola inizia senza molti “giri di parole”: il proprietario di un circo (interpretato da Allan Garcia) rimprovera i suoi dipendenti tra i quali figura anche la propria figliola (una giovanissima Merna Kennedy, appena diciottenne ed al suo debutto nel cinema) per la scarsa riuscita dello spettacolo: il pubblico non si diverte più. Contemporaneamente in una fiera un povero vagabondo, Charlot, si ritrova incolpato di furto perché un ladro, essendo scoperto, nasconde la sua refurtiva proprio nelle sue tasche. Inizia il malinteso, con la sua carica di comicità genuina, vera essenza del personaggio di Charlot che, intento a fuggire dai poliziotti, si ritrova catapultato nella pista del circo protagonista di un numero di illusionismo. Non pienamente lucido di ciò che gli sta succedendo riesce non solo a portare a termine il numero ma, soprattutto, a strappare sorrisi ed applausi al pubblico presente, ignaro di ciò che sta succedendo. Lo spettacolo è salvo così come il destino del circo e di tutti suoi dipendenti proprio grazie al gioco spontaneo tra realtà e finzione messo in campo da Charlot.

Il pubblico ha dato il suo responso: “Dov’è quel tipo buffo? Vogliamo l’omino buffo!”, gridano così gli spettatori.

    Charlot diventa la star. Il proprietario lo capisce, lo vuole simile ai suoi pagliacci, si sforza di insegnargli dei piccoli rudimenti ma senza esito positivo: quell’omino abbandona la sua spontaneità, non fa più sorridere e viene licenziato. Lo sciopero degli inservienti gli si presenta come un’altra fortunata occasione per ritornare sulla pista ma con una consapevolezza in più, quella di essere la star più importante del circo. Sembra tutto pronto per un lieto fine. In realtà non lo è.

    Di mezzo sta un sentimento nuovo di complicità, amicizia ed anche amore che fa battere il cuore del vagabondo per la giovane amica, la figlia del proprietario. La vita di Charlot, però, ha già imboccato un altro binario che non prevede ciò che il suo cuore spera. Alla donna, grandemente maltrattata dal padre, riserva l’equilibrista (Herry Croker), un uomo bruno ed aitante, che si è aggiunto tra gli artisti del circo: tra i due basta poco per innamorarsi. E lo capisce anche il povero Charlot che, deluso, non riesce più a far ridere il pubblico. Viene licenziato ancora una volta ma è raggiunto dalla giovane amica che, fuggita dal padre cattivo, può ricongiungersi anche al suo amato e sposarlo (con l’aiuto dello stesso Charlot). Il finale vede i due giovani riassunti nel circo che non può rinunciare ai loro numeri per sopravvivere, ma non sono gli unici. La donna chiede al padre anche un lavoro per l’amico vagabondo.

    È l’happy end che tutti si aspettano? La carovana circense riparte verso nuove mete ma Charlot l’osserva in solitudine sul prato deserto lanciando con gli occhi il suo addio a quel mondo. Ha in mano un pezzo di stella di carta stracciata che appallottola e lancia via così come quel mondo brutto del quale ha scelto di non far parte. Per lui una strada deserta in cui incamminarsi. L’attende la vita, quella non corrotta ma vera.

    Risuona un messaggio per tutti: il circo è come la vita, non ha bisogno di buffoni costruiti ad hoc che recitano una parte ma di persone vere che vivono le emozioni mettendovi cuore e passione ed anche poesia. Forse è questa la chiave della felicità?

    Il circo fu proiettato per la prima volta a New York nel gennaio del 1928 ed ha valso il Premio Oscar nella categoria Premio Speciale a Charlie Chaplin “per la versatilità ed il genio nella recitazione, sceneggiatura, regia e produzione” proprio alla prima edizione dei premi della prestigiosa Academy, nel 1929.

ANNA STUDIALE

Redazione, ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

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