ORESTE BILANCIA, SINGOLARE FENOMENO DEL CINEMA MUTO

Nato a Catania nel 1881, notissimo tra gli anni ‘10 e gli anni ’40, è presente in oltre cento film

Con i suoi oltre cento film interpretati a partire dal 1914 e fino al 1944, meno di un anno prima della morte prematura, il catanese Oreste Bilancia è in assoluto l’attore siciliano più presente nel cinema nazionale ed europeo.

    Nato a Catania il 24 settembre 1881, cresce in uno con l’esplosione delle formazioni teatrali catanesi della fine dell’800, ma stranamente il suo nome ne resta fuori, finché entra a far parte della compagnia Calabresi-Severi, per poi passare a quella più famosa dei Galli-Guasti-Bracci-Ciarli come “secondo brillante”, dove rimane fino al 1910. La breve parentesi (1910-1913) come direttore del Casinò di Sanremo e poi del Kursaal di Montecatini (1914; cfr. C. Lo Presti, “Sicilia teatro”, Firenze, 1969), non basta a distoglierlo dall’attività artistica con il cinema iniziata a partire dal 1915, quando esordisce interpretando La scintilla di Eleuterio Rodolfi, prodotto dall’Ambrosio di Torino e Romanticismo di Carlo Campogalliani. Da allora lavora alacremente e senza soluzione di continuità con i più noti registi italiani del cinema muto (il messinese Febo Mari, Augusto Genina, Gero Zambuto, Giovanni Pastrone, Gennaro Righelli, Mario Almirante, Guido Brignone, Eleuterio Rodolfi, Mario Camerini, Mario Bonnard, Giulio Antamoro…), interpretando, sebbene spesso in ruoli secondari, un’impressionante quantità di opere cinematografiche, appartenenti ai generi più diversi ma soprattutto al comico-leggero, rendendo eccezionalmente familiare la sua presenza agli spettatori del tempo. I suoi partner sono le celebrate dive e i divi degli avventurosi anni dell’arte del silenzio: la siciliana Italia Almirante Manzini (Femmina, 1917, di Augusto Genina; Hedda Gabler, 1920, di Giovanni Pastrone; La statua di carne, 1921 e L’arzigogolo, 1924, di Mario Almirante; Sogno d’amore, 1922, di Gennaro Righelli), Maria Jacobini e Amleto Novelli (La casa di vetro, 1920, di Gennaro Righelli); Linda Pini e Lydia Quaranta (Voglio tradire mio marito, 1925, di Mario Camerini)…

    Nel 1923 interpreta Maciste e il nipote d’America di Eleuterio Rodolfi, insieme a Bartolomeo Pagano (il famoso Maciste di Cabiria), soggetto di Gioacchino Forzano, uno dei primissimi film di produzione italiana realizzato negli Stati Uniti d’America. La lunga crisi che colpisce al cuore il cinema italiano, soprattutto nella seconda metà degli anni ’20, lo costringe ad emigrare in Germania (una ventina di film) e in Francia (un paio di interpretazioni). Nel paese della Repubblica di Weimar, a Berlino (dove rimane fino al 1929) nel 1926 gira tra gli altri Die lebende Maske-Heinrich der Vierte (versione tedesca dell’Enrico V di Pirandello) di Amleto Palermi e Man Spielt nicht mit der Liebe (Il principe del mistero) di George Wilhelm Pabst, mentre in Francia, ingaggiato dalla Paramount di Joinville lavora in alcuni film nel triennio 1927-29. Rientrato in patria, a seguito del robusto intervento legislativo sul cinema messo in atto dal regime fascista, è a fianco di Francesca Bertini e Ruggero Ruggeri ne La donna di una notte (1930) di Amleto Palermi e, more solito, della crème del cinema italiano degli anni ‘30 (Maria Jacobini, Livio Pavanelli, Soava Gallone, Germana Paolieri, Carlo Lombardi, Assia Noris, Nino Besozzi, Isa Miranda, Emma Gramatica, Leonardo Cortese, Alida Valli…). Partecipa ad una pattuglia di film d’ambiente siciliano, a cominciare da Zaganella e il cavaliere (1931, tratto dal Cavalier Petagna di Luigi Capuana), iniziato da Amleto Palermi e completato da Gustavo Serena e Giorgio Mannini; nel 1935, insieme a Martha Egger e Sandro Palmieri, prende parte al film Casta diva di Carmine Gallone, prima, fumosissima, biografia romanzata di Vincenzo Bellini; in San Giovanni decollato (1940) di Amleto Palermi (da Martoglio), eccolo con uno scatenato e già originalissimo Totò, del quale era già stato antagonista in Fermo con le mani (1937) di Gero Zambuto, esordio cinematografico del “principe della risata” ed ancora nel calcistico Cinque a zero (1932) di Mario Bonnard, primo film sonoro interpretato dallo scoppiettante Angelo Musco, ritenuto smarrito ma da qualche anno ritrovato incompleto in Francia.

    Alterna all’intensa attività cinematografica (anche in qualità di doppiatore) quella teatrale, apparendo in molte celebri compagnie del teatro di rivista (Odoardo Spadaro, Riccioli-Primavera, Wunder Bar, Milly, A.B.C. 1, Macario), dove tratteggia sapide e gustose caratterizzazioni generalmente di contorno. Tra gli ultimi film interpretati: L’amante segreta (1941) di Carmine Gallone, con Alida valli e Fosco Giachetti; Quattro passi tra le nuvole (1942) di Alessandro Blasetti, con Gino Cervi e Adriana Benetti; Macario contro Zagomar (1944) di Giorgio Ferroni, con Macario e Nadia Fiorelli, Il fiore sotto gli occhi (1944) di Guido Brignone, con Mariella Lotti e Claudio Gora. Muore a Roma il 31 ottobre 1945.

    Così descritto, con notevole efficacia figurativa, da un poeta contemporaneo: “Bilancia roseo/panciuto e bello/col tuo monocolo/gaio “pulzello”/col fresco incedere/vispo e galante/d’inappuntabile taglio elegante…”, Oreste Bilancia “con l’eterno monocolo nell’orbita…”, dal faccione simpatico e cordiale rappresenta l’idealtipo di comico vecchia maniera, dal gusto facile e plateale, amabile e fracassone. «…. la sua fama di attore e la sua “comunicativa” durarono a lungo e costituirono uno dei fenomeni più singolari del cinema italiano del “muto” e del primo “sonoro”» (cfr. Filmlexicon degli autori e delle opere, B&N, Roma, 1958), fama oggi purtroppo sprofondata nel più nero oblio, del tutto rimossa perfino nella città che gli ha dato i natali. Destino, purtroppo, comune a molti artisti.

FRANCO LA MAGNA

Redazione, ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

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