AL 37° TORINO FILM FESTIVAL UN FILM TRATTO DA MARTOGLIO

Ritrovato nel 2003 da Lorenzo Ventavoli, storico del cinema e gestore di sale cinematografiche, Troppo tardi t’ho conosciuta (1940) regia di Emanuele Caracciolo (fucilato alle Fosse Ardeatine), è tratto da una commedia di Martoglio ed è interpretato dal tenore di Paternò (Catania). Il titolo si riferisce ad una famosa aria della Norma di Bellini.

    Ritrovato a Cuneo nel 2003 (per decenni è stato liquidato come perduto, disperso, smarrito) Troppo tardi t’ho conosciuta (1940) di Emanuele Caracciolo, che Marinetti definì il “futurista veloce”, purtroppo destinato ad una brevissima carriera cinematografica (qualche anno prima lo si ritrova come arredatore, scenografo, soggettista e sceneggiatore), è l’unico film diretto da questo sfortunato regista, rimasto pressoché sconosciuto perché poco più che trentenne fucilato per rappresaglia alle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944). «Alla fine di una stagione convulsa della nostra storia troviamo un altro film cui si potrebbe attribuire un carattere emblematico. Giunge infatti da Vienna un’altra sconosciuta danubiana, Christa Schrool, per partecipare ad un film totalmente dimenticato e quasi mai apparso sullo schermo cioè Troppo tardi t’ho conosciuta, opera prima e ultima di Emanuele Caracciolo, in precedenza sceneggiatore e aiuto regista. Abbiamo di questo film alcune preziose immagini fotografiche ma scarse notizie. Vi compaiono alcuni caratteristi del teatro minore torinese, come Carlo Arruffo, e in veste di comparsa nientemeno che Dino De Laurentiis. Vi debutta la bella Barbara Nardi e vi partecipa l’esperta Tatiana Pavoni. Lo ricordiamo perché chiude emblematicamente come segno del destino con l’incrocio di due vie: la viennese Christa ritornerà subito al suo paese per ritrovarlo invaso e devastato, mentre Caracciolo di là a poco, con altri 324 disgraziati compagni, finirà la sua giovane vita alle Fosse Ardeatine. Si trovava infatti imprigionato a Roma per fatti di Resistenza, cui partecipava come rappresentante monarchico. Tocca dunque alla follia degli uomini apporre la parola fine anche a que- sto divagante, pacifico e fantasioso peregrinare» (Steve Della Casa – Lorenzo Ventavoli, Officina Torinese, 2000). Mal distribuito e strapazzato dalla critica dell’epoca, il film di Caracciolo non può non ascriversi nei territori di quel cinema di regime, ridanciano ed evasivo, le cui trasgressioni sono tollerate perché immediatamente riportate dentro i sicuri alvei della bigotta ed ipocrita morale dell’epoca. L’ingenuo tenore protagonista del film, raggirato dall’infida maliarda, dopo una serie di colpi di scena, sposa l’amato bene e riprende la carriera interrotta da un’inopinata (prima falsa, poi vera e infine ritrovata) perdita della voce!

    Singolarità e “sicilianità” fanno tuttavia di Troppo tardi t’ho conosciuta un ritrovamento da non sottovalutare, a partire dalla dichiarata musicalità del titolo ripreso da una celeberrima aria della Norma di Vincenzo Bellini. Il film, prodotto dall’Anonima Cinematografica Impero di Milano e presentato per la prima volta al pubblico l’11 novembre 1940, è poi tratto dalla commedia Il divo tre atti di Nino Martoglio, eclettico scrittore-regista-drammaturgo di Belpasso (al suo attivo tre o, secondo altre fonti, quattro regie cinematografiche, tra cui il mitico Sperduti nel buio, 1914) e si snoda su un registro narrativo mantenuto su toni leggeri, come vuole in fondo l’autore letterario. “Garbata caricatura del mondo della lirica”, ma vera caricatura del cognato di Martoglio, il tenore Pietro Schiavazzi (che già in precedenza, spalleggiato da due compari, aveva aggredito in pubblico lo scrittore), commedia e film – soprattutto quest’ultimo, con una chiusa mielosa e mortificante – abbracciando gli ideali d’un’esistenza etica, pacificano e rassicurano la minacciata morale dello spettatore. Per ultimo (altro sbalorditivo livello siciliano del film) la presenza di un protagonista del tutto straordinario come Franco Lo Giudice (uno dei massimi tenori del tempo, nato a Paternò nel 1893, dalla carriera travolgente e strepitosa) rende la commedia di Caracciolo assolutamente eccezionale sotto il profilo documentaristico, ma forse anche più di altre paradigmatica di quella tendenza al genere musicale che nell’immediato dopoguerra diventerà uno dei punti di forza della rinascita del cinema nazionale.

    Tra gli attori oltre a Franco Lo Giudice (Tonino), la giovanissima esordiente Barbara Nardi (Alba Ruiz, anch’ella ispirata ad una nota demi-mondaine dell’epoca), Christa Schrool (Sisina) e un giovanissimo Dino De Laurentiis (Dino) che proprio con questo film inizia la carriera cinematografica. La Nardi, nel 1938 eletta “Signorina Grandi Firme”, fu definita “le più belle gambe degli anni ‘30” e la locandina del film (venduta all’asta) oggi fa gola a molti. Franco Lo Giudice (poco prima della morte insignito a Catania del “Bellini d’oro”, 1985) è il tenore chiamato nel 1935 ad esibirsi nei maggiori teatri lirici italiani per commemorare le “autarchiche” celebrazioni del centenario della morte del grande compositore etneo (due le opere interpretate nella città natale da Lo Giudice: Capuleti e Montecchi nei panni di Tebaldo e Norma, in quest’ultima in coppia con Gina Cigna, entrambe sotto la direzione del palermitano Gino Marinuzzi e rappresentate rispettivamente in data 5 e 17 gennaio 1935).

    Il film è stato proiettato nel corso del 37° Torino Film Festival (22-30 novembre 2019) dopo la cerimonia di attribuzione del premio “Maria Adriana Prolo alla carriera” a Lorenzo Ventavoli (che lo ha ritrovato a Cuneo) “uomo di cinema a tutto campo che ha rivestito molteplici ruoli, diventando una delle più importanti figure di riferimento non solo a Torino”.

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