STROMBOLI, TERRA DI DIO (1950)… CHE NON LASCIA SCAMPO

Un’amica americana, qualche giorno fa, mi ha proposto di guardare Stromboli, terra di Dio (1950) e ho accettato di buon grado, in quanto mi è sembrata non solo un’ottima occasione per rivedere il film, ma anche un momento per avere uno scambio culturale.

    Il film è il primo della collaborazione tra Rossellini e Ingrid Bergman, ed esiste in tre versioni: la versione internazionale, che si può considerare come l’opera originale del regista; quella Americana della RKO, con un taglio di 25 minuti, la rimozione della citazione introduttiva presa da “Romani 10:20“, e un finale totalmente modificato; quella esclusivamente per la distribuzione in Italia, doppiata in italiano, con un finale leggermente diverso e la citazione introduttiva presa da “Isaia 65:1“.

    Come racconta Isabella Rossellini, il film nasce per caso, quando Roberto Rossellini durante un viaggio verso Napoli, passando da un campo profughi, vide una donna all’interno del campo sorridere a tutti i passanti; così prende vita la storia di Karin che, alla fine della Seconda guerra mondiale, vedendosi rifiutare il visto per espatriare in Argentina, trova nel matrimonio con Antonio l’unica possibile via di uscita dal campo profughi, e lo segue nella sua Stromboli.

    Karin da subito percepisce che questa terra non le appartiene – “This is a ghost island. No one lives here.” è il suo primo commento arrivando a Stromboli – infatti la vita sull’isola, da donna emancipata qual è, per lei non è delle più facili, scontrandosi per forza di cose con una cultura e un mondo che rifiuta e che la rifiutano, finché non tenta di scappare via. Il finale ci lascia con il villaggio visto dalla sommità del vulcano e con una struggente Karin che cerca in Dio una risposta al suo dramma.

    Nella versione americana del film, la RKO non vuole lasciare dubbi sulla decisione di Karin, ed infatti viene aggiunta una voce fuori campo che informa lo spettatore che “Karin, dopo aver trovato Dio, capisce che l’unica speranza è tornare indietro al villaggio”. Questa versione è stata disconosciuta da Roberto Rossellini perché si discosta troppo dall’originale. I tagli della RKO hanno eliminato quasi tutto il tribolare di Karin nell’adattarsi alla sua nuova vita, vengono rimosse le scene in cui piange, viene rimossa la lite tra lei ed Antonio, e soprattutto il finale viene radicalmente modificato, eliminando quella forte e disperata richiesta di Karin a Dio: “God! My God! Help me. Give me the strength, the understanding, and the courage. God. Oh, my God. Merciful God. God, God, God…”.

    Stromboli, terra di Dio offre un bellissimo spaccato sull’isola degli anni 50, una vita semplice, la natura, il mare, ma anche la violenza di un vulcano che non lascia scampo. Affascinante vedere i pescatori camminare sempre scalzi, per ovvia comodità, cosa che molti abitanti di Stromboli, pur non essendo pescatori, fanno tuttora. Memorabile, poi, la scena della mattanza dei tonni, che lascia senza fiato, mostrando minuziosamente quella che è una tradizione secolare in Sicilia. I pescatori, in paziente attesa, che intrappolano pian piano i tonni, togliendo loro ogni via di uscita, per poi arpionarli e tirarli su in barca. Karin assiste, prima pietrificata, poi quasi disgustata, spaventata. Non è forse questa una metafora di quello che le sta accadendo? Quella che sembrava una via di uscita dal campo profughi, si sta pian piano rivelando una nuova prigionia?

    Karin sta vivendo uno scontro culturale, lei, donna moderna, europea, pur avendoci provato, non può adattarsi alla vita di quel piccolo villaggio, lei è una donna forte che vuole vivere prendendo le proprie decisioni, giuste o sbagliate che siano, e adesso ancora una volta si sente rinchiusa, non più in un campo profughi, ma intrappolata dalle circostanze.
Eppure Karin, forse, si trova a fronteggiare gli stessi dubbi che molti abitanti dell’isola avevano affrontato anni prima, quando da emigranti avevano infine deciso di tornare a Stromboli – Karin aveva chiesto loro stupita “Why?” – perché quella era casa. Così come Karin non riesce a vivere sull’isola, loro non riuscivano a vivere lontano dall’isola.

    Karin, come molti altri, forse non troverà mai pace e non troverà mai un posto in cui starà bene – “They are horrible!” afferma, per poi aggiungere “I am even worse.” – perché vorrà sempre qualcosa di diverso, qualcosa che non ha, perché lei non appartiene a nessuno di quei luoghi e farà continuamente a pugni con la realtà in cui vive, ma alla fine dovrà decidere non per cosa vorrebbe fare, ma per cosa è meglio fare, per lei e per il suo bambino – “I’ll rescue him!”.

    Non sorprende che un film degli anni Cinquanta affronti dei temi del tutto attuali. In quanti ancora oggi si trovano nella stessa situazione di Karin e devono scontrarsi con differenze culturali che sembrano insormontabili? Quanti emigranti, profughi, esuli, si trovano di fronte alla scelta di dover affrontare il “vulcano” o rimanere nel “villaggio”? Anche loro, con lei, dovranno decidere cosa fare, dovranno decidere se sia meglio rimanerci su quell’isola, ovunque essa si trovi, o se lasciare tutto e andare via.

LUIGI CALDERONE

Redazione, ASCinema – Archivio Siciliano del Cinema

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