LILIANA CAVANI E IL PORTIERE DI NOTTE

Conversando con Liliana Cavani del suo film più controverso

I film che hanno preso per tema le reminiscenze dell’hitlerismo sono numerosi. Realizzando Il portiere di notte (1974), quale nuova prospettiva desidera apportare a proposito dei postumi di questo periodo storico?

“Ho voluto vedere soprattutto l’aspetto irrazionale dell’argomento. Il punto di vista tipicamente materialista del problema nazista è molto noto nei suoi dettagli e consiste nella presa del potere di Hitler che è il risultato di una combinazione tra il capitalismo ed un partito della destra popolare. Credevo che non fosse sufficiente per spiegare tutta la forza attrattiva che ha portato a sottomettere i tedeschi e gli austriaci.

Avevo già avuto problemi di questo genere nel 1962 quando ho realizzato per la televisione il mio primo montaggio di filmati già preesistenti che è anche l’unico film sul nazismo realizzato in Italia. Avevo a mia disposizione quattro ore di programma per raccontare la presa del potere da parte di Hitler, la sua espansione e, infine, la caduta del Terzo Reich. In quella circostanza ho realizzato un racconto dei fatti dal punto di vista marxista ed ho preso atto che non era sufficiente solo Marx come chiave di lettura; è necessario anche l’approccio freudiano poiché alcune forme di governo, soprattutto le dittature, monopolizzano la parte sadomaso che ciascuno di noi possiede, la legalizzano, l’utilizzano rompendo la diga che normalmente la dovrebbe contenere”.

Perché ha deciso di scegliere gli interpreti delle “Damnés” di Luchino Visconti, Dirk Bogarde e Charlotte Rampling?

“Bisogna soltanto considerare che Dirk Bogarde è un interprete particolarmente sensibile, un attore molto particolare che si presta molto bene a questa tipologia di film. Essendo la trama ambientata a Vienna, in realtà ho pensato a dei dipinti di Klimt, a quell’epoca d’oro dell’Austria di fine Ottocento ed inizio del Ventesimo secolo. Avevo bisogno, pertanto, di due attori raffinati, sofisticati e non c’era nessun uomo migliore di Dirk Bogarde o una donna come Charlotte Rampling”.

Come spiega l’attrazione che il fascismo esercita ancora oggi?

“Quest’attrazione, ad ogni modo, non è un fenomeno molto diffuso. Se esiste ancora una certa fascinazione verso il fascismo è perché dalla fine della guerra non si è mai fatto veramente del cinema antifascista, disincantato. Sono stati realizzati dei film politici ma che non hanno permesso, in realtà, di analizzare il meccanismo del nazismo e del fascismo. Secondo il mio punto di vista è necessario analizzarli dall’interno per permettere alle generazioni che si sono susseguite di difendersi di fronte a tali avvenimenti”.

Non teme che vi si possa accusare di aver mostrato il fascismo dal suo aspetto più affascinante, le divise degli ufficiali nazisti splendenti, una scena di cabaret ammaliante? Non ci si può esimere dal rimproverarle un atteggiamento un po’ vago ed un impatto che non è chiaramente quello che lei ricerca.

“Me ne frego; bisogna osservare i fatti così per come sono. Il fascismo ed il nazismo erano come una religione con i suoi riti, sacerdoti… Non si può parlare del nazismo come degli uomini che hanno dei volti mostruosi; avevano un’apparenza molto normale e non si trattava soltanto di persone semplici ma anche di borghesi. Ciò che sconcerta è mostrare che questi criminali o, ex criminali, hanno questa sembianza altresì si rischia di semplificare tutto, di fare demagogia, trionfalismo e ciò non serve a nulla semmai il contrario”.

Lei ha dichiarato che eravamo tutti vittime o assassini e che gioivamo consapevolmente di questi ruoli. Mi piacerebbe che lei precisasse questo suo punto di vista mediante gli interpreti dei suoi film, Dirk Bogarde e Charlotte Rampling in Il portiere di notte, Britt Ekland e Pierre Clementi in I cannibali (1970) e Lucia Bosé in L’ospite (1971).

“Si può trovare il fondamento del ruolo vittima-assassino nell’ignoranza, tuttavia la scarsa conoscenza non può essere la spiegazione. È arrivato il momento di spiegare questo concetto, attraverso un’analisi dello stesso meccanismo sociale bisogna mettere le persone nelle condizioni di conoscersi e di essere in grado di scegliere dei ruoli. È necessario poter avere un controllo delle proprie energie interne sconosciute, diversamente non si è nelle condizioni di scegliere con consapevolezza o si sceglie in modo assurdo. Bisogna vincere l’ignoranza, non essere prevenuti in una società che appoggia una morale paternalistica”.

A proposito de Il portiere di notte, da quali esempi cinematografici avete attinto? Si pensa a Visconti…

“Non mi sono ispirata a Visconti che stimo parecchio e del quale mi piacciono molto i film, fatto noto a tutti. Non vi è nulla di barocco ne Il portiere di notte, l’arredamento è molto sobrio; la scenografia si basa sullo stile delle prime scuole d’architettura e questa nuova ricercatezza è sconosciuta. Mi è risultato difficile riuscire a rendere i colori che volevo creare per ritrovare questo stile che potrei definire come quello d’una “vecchia Europa dannata ma raffinata”.

Bisognerebbe veramente ritrovare questo tratto originale perché si tratta di uno stile mai visto ancora nel cinema.

“Credo che quello che di più mi ha influenzato è stata l’atmosfera del cinema espressionista che ho visto quando ho frequentato il Centro Sperimentale: Mabuse, Caligari, i film di Pabst, il cinema di Lang. È un’atmosfera che si può trovare rinnovata nel mio film”.

Dal punto di vista cromatico, il suo film sembra che abbia due tinte dominanti: il blu ed il verde…

“Non volevo che le scene all’aperto fossero troppo blu; forse siete stati in possesso di una delle prime copie del film in cui c’era un errore di stampa. I colori dominanti nel film sono il verde ed il nero che corrispondono perfettamente all’idea che mi ero fatta. Per rendere questo effetto abbiamo dipinto anche il volto degli attori per esempio nei flashback, tutto ciò che è ambientato nei campi di concentramento ed anche il parquet nella scena in cui Charlotte Rampling canta”.

Mi piacerebbe conoscere il suo pensiero a proposito dei vecchi criminali di guerra nazisti ancora in vita ed in libertà, poiché da un lato lei fa luce sui crimini atroci che furono commessi durante la Seconda guerra mondiale condannandoli ma, dall’altro canto, mediante questo personaggio de Il portiere di notte che – tra l’altro, si è ricostruito una nuova vita cercando di rimuovere l’accaduto – vi è tutta la problematica del passato che riemerge, un passato che bisogna, invece, sotterrare.

“Solo Max ha una forma di consapevolezza; non usa, come i suoi compagni, questo modo per affrontare il problema. Vi sono coloro che parlano del complesso di colpa come una forma di nevrosi, qualcosa che non si addice a persone perbene, civili. Max è considerato un morboso, un folle, un neuropatico perché ha questo complesso ed è per questo che fa un lavoro notturno, ha paura della luce. Il personaggio che ho voluto mostrare è qualcuno che, sebbene sia un criminale, non cerca una catarsi, una purificazione come Carpi che in Italia ha dichiarato: “Oggi ho pregato Dio e sono diventato un uomo perfetto, devo, pertanto, essere accettato”. Gli si è sempre rifiutata la grazia ed io sono d’accordo con questa scelta altrimenti non vi sarà mai una vera fine. Quando c’è una tale colpa c’è anche l’illusione, la stupidità e l’ignoranza di credere che sia possibile fare un processo che consenta di lavarsene via, di purificarsi. Mi riferisco anche al caso avvenuto in Austria di un criminale nazista che è diventato vescovo seppur fosse stato il responsabile di un campo di concentramento a Filetto (Comune italiano, sito in Abruzzo, massicciamente bombardato nel 1944 poiché si trovava sulla linea Gustav e tristemente noto anche per episodi molto crudeli come l’Eccidio di Filetto, il 7 giugno 1944, ndt) dove sono state uccise centinaia di persone: uomini, donne, vecchi, bambini. Si presenta come qualcuno che ha lottato per salvare ma cosa? Bisognerebbe, forse, credere nella criminalità? Si dice: “Io non sono colpevole, non ho fatto altro che obbedire al mio superiore”. Pertanto il solo responsabile è Hitler e poiché egli è morto la colpa è scomparsa. Max rifiuta tutto ciò, egli è un criminale. È per questo motivo che non si può parlare di attrazione, non è un personaggio molto gradevole Max ma quantomeno è un uomo lucido”.

Ciò che voi avete appena espresso è il punto di vista di Max in rapporto alla società e, di conseguenza, a sé stesso, ma mi piacerebbe che lei mi parlasse anche della società in rapporto a Max. Come dovrebbe agire?

“Secondo me la società deve rendere lucidi i suoi cittadini, si deve saper scegliere, riflettere. La democrazia non è una scoperta ma un risultato, una conquista. Non è necessario occultare i fatti ma bisogna combattere contro le ombre che albergano dentro di noi per rendere maturi i cittadini”.

Come spiega la sua dedizione alle persone che la società vessa, demolisce, perseguita. Cosa cerca in questo conflitto?

“Ho una concezione molto basilare della cultura ed è quella di Galileo. La cultura è qualcosa in continuo moto, in continuo scontro contro la classe dirigente a tutti i livelli. Il destino di tutti coloro i quali inducono uno sconvolgimento del pensiero è quello di essere considerati come dei folli, degli anormali. La società li difende tacciandoli come pericolosi; si tratta di una situazione tipica che mi interessa. E poi vi è la condizione di colui che vuole definirsi un rivoluzionario, un intellettuale, e così via dicendo. Non si tratta di un segnale di contraddizione ma di una mistificazione”.

La censura italiana ha appena proibito il suo film col pretesto che è doppiamente nocivo perché è realizzato da una donna e poi presenta una scena spregevole dove si vede l’interprete femminile che prende l’iniziativa nei rapporti sessuali. Mi piacerebbe sapere cosa pensa, innanzi tutto, di questo divieto, dei suoi motivi e se voi credete che il fatto di essere donna ha veramente modificato i rapporti tra i personaggi, vale a dire che avete voluto così abolire l’idea della donna come oggetto sessuale.

“Se è la donna che prende l’iniziativa nel mio film non è affatto per uno scopo femminista. Parlo semplicemente di una storia sadomaso dove i ruoli si scambiano continuamente. In tutti i rapporti vissuti liberamente e lucidamente vi sono delle espressioni come quelle che ho mostrato, c’è sempre un rapporto sadomaso, consapevole o no. Solo le persone che non lo vivono con consapevolezza possono trovare questo rapporto inquietante, credono che questi personaggi non siano normali. In questo caso specifico io penso il contrario. Ogni settimana assistiamo all’uscita di film volgari ma va tutto bene perché la Commissione di censura pensa che il pubblico si diverta. Si pensa ancora come nel mondo arcaico. Quando si tratta di un film che non ha questo livello di volgarità che non è la tipica commedia all’italiana allora la stessa scena erotica diventa un problema. Vi assicuro che in Italia sono uscite delle scene molto più pornografiche di quelle che volevano tagliare nel mio film. Evidentemente il contesto non è lo stesso. Si tratta di un’abile censura politica. Hanno, altresì, negato il divieto ai minori di 18 anni che gli ho proposto. Tuttavia, chi ha più di 18 anni può guardare il mio film senza confondersi del tutto. Ad ogni modo, tutto ciò è stato negato ed, allora, aspetto la Commissione d’appello”.

Quali sono i suoi progetti, infine?

“Il mio produttore vorrebbe che realizzassi La pelle di Malaparte ma io ho un altro progetto più semplice di questo affresco su Napoli nel ’43: potrebbe essere una storia drammatica con Dirk Bogarde, Charlotte Rampling ed altri personaggi. Ma anche La pelle non è da escludere. Non so ancora quale realizzerò per primo.

DOMINIQUE MAILLET

ANNA STUDIALE (Traduzione e adattamento inedito)

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