ELIO VITTORINI E IL CINEMA

Nel film Romeo e Giulietta risalente al 1953 il regista Renato Castellani affida il ruolo di Bartolomeo Della Scala, signore di Verona, ad Elio Vittorini: a dimostrazione dell’interesse che lo scrittore siracusano nutrì sempre nei confronti del cinema.

Infatti, quando nel 1930, giovanissimo, si trasferisce a Firenze, oltre a diventare un assiduo frequentatore del Teatro Savoia, che ospita le proiezioni di un Cineclub, egli coglie l’occasione per collaborare al settimanale fascista «Il Bargello» proprio con una rubrica cinematografica.
Successivamente, dirige «Il Politecnico», fondato a a Milano il 29 settembre 1945, in cui scrive ed accoglie moltissimi articoli e saggi di carattere cinematografico.
Tutti questi interventi – cui qui abbiamo potuto solo accennare – stanno ulteriormente a dimostrare come l’interesse di Vittorini nei confronti del cinema sia stato, oltre che costante, anche autentico, consapevole, intenso e profondo.

Considerando, ora, l’altra faccia della medaglia, vale a dire i film tratti dalle sue opere, possiamo affermare che – se il tema del viaggio percorre tutta la narrativa vittoriniana, costituendone un aspetto fondamentale, quasi un costante leit-motiv, dallo scoperto sapore autobiografico – non può essere neanche un caso che il cinema, nel momento in cui si accosta per la prima volta a uno dei suoi romanzi, scelga proprio quello maggiormente incentrato sulla tematica del viaggio: Le Città del mondo. Ciò avviene nel 1963, con una co-produzione italo-francese, che s’intitola Jusq’au bout du monde ed esce in Italia con il titolo Un filo di speranza, per la regia è di François Villiers, su sceneggiatura dello stesso Villiers, insieme con Remo Forlani e (non accreditati) Fabio Carpi e Nelo Risi; quest’ultimo a Le Città del mondo ritornerà successivamente in maniera autonoma, con un film televisivo, realizzato nel 1975.

Il cinema torna ad interessarsi di Vittorini soltanto nel 1976, cioè tredici anni dopo Un filo di speranza e dieci anni dopo la morte dello scrittore, quando Luigi Faccini, critico e regista televisivo, gira la sua opera prima ponendo l’attenzione su un altro famoso romanzo, Il Garofano rosso. Nello stesso 1976, anche la Rai s’interessa alla trasposizione de Il Garofano rosso, con lo sceneggiato omonimo diretto da Piero Schivazappa; ma in precedenza, nel 1962, sempre per la Rai, Daniele D’Anza aveva diretto Il Sempione strizza l’occhio al Fréjus.
La televisione tornerà successivamente a Vittorini nel 1981, con lo sceneggiato Quell’antico amore, tratto da un (poco noto) saggio storico del 1939, scritto da Elio Vittorini in collaborazione con Giansiro Ferrata: La tragica vicenda di Carlo III (ripubblicato nel 1967 con il titolo Sangue a Parma).

Dopo questa parentesi televisiva, ritorniamo al cinema, che si accosta nuovamente a Vittorini con Uomini e no del 1945, il romanzo sulla Resistenza a Milano, realizzato da Valentino Orsini nel 1979-80, in cui il tema della lotta armata dei partigiani nella grande città viene rivissuto – come amava fare Vittorini – in una dimensione mitica, astorica e atemporale, che si sforza, attraverso le immagini – inondate da una luce plumbea, verdastra, quasi del colore della muffa – di ricreare e mantenere quel clima sfumato, lirico, che permea di sé le pagine del romanzo
Si tratta – come ha avuto occasione di dirmi lo stesso Orsini – di un film realizzato con uno stile volutamente scabro, essenziale, quasi dal sapore bressoniano, in cui, oltretutto, la lotta partigiana non si maschera dei “colori” del presente, come ritengono alcuni critici, con riferimenti alle Brigate Rosse e al terrorismo, agli «anni di piombo», ma, nel modo in cui essa è descritta, assume i connotati emblematici di una lotta quasi metastorica degli «uomini» contro i «non uomini»: come, d’altronde, avveniva anche nel romanzo di Vittorini.

Come si vede, fino a questo punto, per motivi che non è facile individuare e scandagliare, il mondo cinematografico si accosta all’opera di Vittorini soltanto attraverso Le Città del mondo, II Garofano rosso e Uomini e no.

È molto strano, invece, che quello che da quasi tutti i critici è considerato il capolavoro di Vittorini, Conversazione in Sicilia, non abbia trovato, fino a quel momento, un regista con l’ambizione di operarne una valida trasposizione cinematografica.

Ci penseranno due grandi registi “sperimentali” francesi: Danièle Huillet e Jean-Marie Straub, che, nell’aprile del 1998, avevano tratto da Conversazione in Sicilia un testo teatrale, Sicilia!, di cui – dopo averlo messo in scena presso il teatro Comunale di Buti (in provincia di Pisa) – subito dopo realizzano la versione cinematografica, con il medesimo titolo.
Si tratta di un film di grande rigore – così com’è nelle caratteristiche dell’intera opera di Huillet e Straub – che inizia con un’inquadratura, quasi fissa, del protagonista, immobile davanti ai traghetti dello Stretto di Messina, che viene seguito nei suoi dialoghi con un venditore d’arance, con altri viaggiatori e – alla fine – con un arrotino, simbolo del riscatto del mondo e della lotta rivoluzionaria contro i soprusi e le ingiustizie.

Ora, se in un periodo molto difficile della nostra storia, quello dell’immediato dopoguerra, i registi più impegnati (Visconti, De Santis e tanti altri), con il loro invito a ritornare alla lezione di Verga, diedero origine al Neorealismo cinematografico, che tanta influenza eserciterà anche sulla letteratura, forse non sarebbe sbagliato che, nel nostro tempo altrettanto difficile, problematico, lacerato da drammatici conflitti, dalla violenza e dalla sopraffazione, i registi cinematografici più sensibili e impegnati ritornassero alla lezione di Vittorini, al motivo del «mondo offeso», dello sdegno per l’offesa all’umanità, prodotta dall’oppressione e dalla sofferenza, dalla miseria e dalla fame, ma anche dalla violenza e dalla guerra.

Si cercherebbe, in tal modo – come anche Vittorini aveva fatto, attraverso l’opera letteraria e il suo impegno politico ed etico, con l’invito a «nuovi doveri e più alti – di contribuire alla ricerca di un nuovo rapporto tra gli uomini, basato non più sul sospetto e sull’odio, ma sulla solidarietà e sulla libertà, valori alla base di una vita e di una società più giuste, più autentiche, più a misura d’uomo.

NINO GENOVESE

Redazione, 1 Novembre 2019

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