SALVATORE QUASIMODO, E FU ANCHE CINEMA

Reminiscenze del mio incontro con il poeta e scrittore siciliano, Premio Nobel per la letteratura nel 1959, avvenuto poco prima che ci lasciasse e che voglio far rivivere attraverso questo afflato mnemonico. Tra le sue tante opere e traduzioni, partecipò alla stesura di diverse sceneggiature cinematografiche, come quella de La notte (1961) di Michelangelo Antonioni – che volle affidargli perfino un cammeo nel film -, curò i testi, tra gli altri, di Romeo e Giulietta (1954) di Franco Enriquez, Machbet (1960) di Alessandro Brissoni, Barabba (1961) di Richard Fleischer, del documentario di Fabrizio Gabella Questo mondo proibito (1963), ed altro.

Quando lo incontrai il Poeta appariva visibilmente seccato. In Sicilia i giornali avevano pubblicato senza nessun rilievo le notizie riguardanti lo svolgimento dei lavori e l’assegnazione del premio Etna-Taormina di cui lui era presidente – trafiletti da nulla e titoli niente affatto vistosi, eppure l’intervento del Nobel conferiva indiscusso prestigio, e a lui , il Nobel, avevano dedicato citazioni frettolose, distratte e fotografie sbiadite, insignificanti che lo invecchiavano e alteravano maliziosamente l’espressione degli occhi e del sorriso.

Il Poeta era sconcertato, affranto, indispettito. Da anni, nei suoi confronti, c’è un diffuso sentimento di incomprensione e forse di ostilità in Italia: dal Piemonte, alla Lombardia, al Lazio, alla Toscana, e, perché no, alla Sicilia. Mai un elogio, mai un riconoscimento, mai un atto d’amore. Nemmeno quando vinse il Nobel. Anzi, quando vinse il Nobel, molti amici gli si rivoltarono contro e gli manifestarono una indifferenza sospetta.

Gli onori, i consensi, le simpatie che sfiorano il delirio li raccoglie all’estero. All’estero gli vogliono bene. Amano la sua poesia in maniera incondizionata, senza insincerità,e i suoi versi li hanno voluti nella loro lingua di origine. Così i suoi versi sono stati tradotti in trentanove lingue diverse, perfino in finlandese, perfino in arabo, perfino in cinese e in indostano e in turco e in egiziano e in birmano.

All’estero si reca spesso: lo invitano a tenere conferenze nelle Università, a leggere le sue poesie dense di tristezza mediterranea nei circoli culturali, a dare lustro con la sua presenza ai cenacoli d’arte, a ricevere medaglie e benemerenze nel corso di commoventi cerimonie ufficiali.

All’estero l’hanno nominato accademico in non so quante Nazioni, dalla Germania all’America. «Naturalmente – ha cura di sottolineare il Poeta, con un sibilante sorriso – l’Accademia dei Lincei se n’è astenuta. Ma non importa: in essa si esprime la cultura dell’Italia marcia».

All’estero si recherà in primavera. All’estero, tornerà in estate per ricevere ad Oxford la laurea ad honorem in Lettere.

Era necessario strappargli due ore a Catania («a Milano – aveva informato il Poeta – è impossibile fissare un appuntamento. Forse in aprile, forse in giugno, forse il prossimo anno. Chissà!») e rassegnarsi a incontrarlo, dopo lunghissime laboriose contrattazioni, di sera tardi, nella hall dell’albergo che lo alloggiava, stremato dalle fatiche che la presidenza di un importante premio di poesia inevitabilmente procura; disgustato dall’indiffercnza della stampa contro cui andava scagliando aspre invettive e accuse sanguinose; avvilito da una corte di strani personaggi, provenienti chi dalla provincia di Catania, chi dalla provincia di Siracusa, che andava proclamando senza stanchezza il vanto di parentele certe e inconfutabili con il poeta.

Lo sguardo è lontano, morbido, chiaro e non privo di bontà. La voce è mesta, velata un po’, cantante. Fa intuire soavità inespresse, si svolge in toni soffici, dolci come il miele e lascia cadere poi considerazioni pungenti, giudizi scontrosi, parole venate di sottile perfidia, osservazioni impregnate del suo acre risentimento verso il mondo.

«Detesto l’inopportunità della gente. Insieme all’incomprensione e alla indifferenza giudico l’inopportunità uno dei difetti peggiori – esordisce, convinto, il Poeta -. Le false poetesse, ad esempio. Vengono a sottopormi i loro versi scipiti e pretendono che io li legga e pronunci un giudizio. “Ma mi lasci in pace, signora” sono costretto a dire e loro insistono. “Ma vada al diavolo, signora”. sono costretto ad aggiungere e loro nemmeno si offendono. Restano lì a implorarmi di leggere i loro versi scipiti e di pronunciare un giudizio.

I pittori di dubbia fama, ad esempio. Nemmeno li conosco ed è chiaro oltretutto che non sono tenuto a conoscerli. Pretendono, quando fanno una mostra, che io scriva la prefazione ai loro cataloghi. Sono vanitosi e vogliono, ad ogni costo, la prefazione firmata Quasimodo. E come insistono, quando rifiuto. Implorano, protestano, si accendono, si umiliano. Ma io resisto, più ostinato di loro. “Ma noi – mi oppongono – paghiamo”. “Ma cosa importa – oppongo a mia volta – se pagate. Io mi chiamo Quasimodo. ma qual è il vostro nome? Non vi conosce nessuno, non avete un briciolo di popolarità. Dunque, il conto non torna”.

Gli sconosciuti ad esempio. Scoprono sulla guida il mio numero di telefono, si invogliano e mi chiamano. A tutte le ore. Si è mai sentita una cosa simile? Maleducati, screanzati, villani! Lo grido nel ricevitore, io urlo indignato, furente. Non si telefona in casa di uno sconosciuto, nemmeno se lo sconosciuto si chiama Quasimodo. È segno di inciviltà! È anarchia!».

Lo sdegno non altera lo sguardo morbido, I’espressione mansueta degli occhi. Solo un lampo rivelatore ogni tanto ma così rapido, da lasciare incerti, dubbiosi. L’indignazione non intacca la soavità della voce e la voce continua a sciogliersi adagio in toni mesti, velati, sofferti e un po’, cantanti. Non ha amici dicono. Invece lui, di amici, ne ha moltissimi. I poveri, i puri di cuore. La gente del popolo, dotata di una sensibilità autentica, non artefatta.

«La mia poesia – riferisce paziente – ha raggiunto gli strati popolari. A Natale ricevo, da tutti i paesi del mondo, biglietti d’auguri che mi fanno venire le lacrime agli occhi: me li mandano dalla Grecia, dal Messico, dalle Filippine, perfino dal Vietnam.

Quando esplose la crisi a Santo Domingo, il ministro degli Esteri mi inviò un telegramma di sei facciate: in esso chiedeva al Poeta Quasimodo un aiuto effettivo per risolvere la drammatica situazione del suo Paese. Il mondo è zeppo di esperti di tattica militare, di capi di Stato, di personalità politiche rotte alle vicende della guerra, di strateghi, di potenti e quel ministro – che simpatico, però! in quel momento disperato, con la popolazione dilaniata dal dolore, con i problemi urgenti del conflitto, pensava al mio intervento come all’unico fatto risolutivo.

Lusinghiero, eccitante. Ma cosa potevo fare io per Santo Domingo? Nulla, purtroppo. E glielo scrissi. Gli dissi che mi immedesimavo. Che, spiritualmente, ero molto vicino alla popolazione di Santo Domingo e che lui era molto caro al mio cuore di poeta. Certamente le mie parole lo confortarono!».

Il ricordo così emozionante gli ha tinto di rosa le guance. Il fatto che il ministro degli Esteri di Santo Domingo lo abbia preferito agli esperti di tattica militare, alle personalità politiche rotte alle vicende della guerra, agli strateghi, ai capi di Stato, gli procura sottili fremiti di piacere che lui non si preoccupa di dissimulare. Scruta piuttosto, attentissimo, le reazioni che la sua confidenza ha suscitato, cerca di verificare sulla mia faccia l’effetto delle sue parole, di capire se lo stupore e l’ammirazione per la straordinaria vicenda di cui è stato protagonista, sono altrettanto intensi che la sua gioia, altrettanto pieni che la soddisfatta compiacenza di sé che egli prova.

E in questa ansia, così innocente e scoperta, mette il candore di un bimbo che dopo aver recitato una bella poesia, aspetta elogi, tenerezze, sorrisi.

La mia meraviglia e i complimenti che mi affretto a rivolgergli devono essere efficaci, ben dosati, perché il Poeta socchiude gli occhi con forza, fino a ridurli a due fessure oblique, come fanno i gatti quando sono sazi e adocchiano sornioni la preda facendo le fusa, si accarezza pensieroso i baffi sottili, lucidi, curati con amore infinito e mi confida tutto il suo sdegno nei confronti dei poeti sperimentali che giudica degli gnomici, la sua irritazione nei confronti dei filologi che pretendono di modificare la lingua italiana.

«Non capiscono, quelli che si fanno chiamare oggi poeti, il valore della vera poesia. Non hanno umiltà. A vent’anni, quando tutti cominciano a scrivere le poesie, io smisi di fare il poeta. Mi ero confrontato ai grandi – Dante, Petrarca, Tasso, Foscolo, Leopardi, Ariosto – ed ero rimasto schiacciato dalla loro forza. Decisi di distruggere tutto quello che avevo scritto. Alcune cose, che i miei amici avevano voluto salvare, furono pubblicate in seguito dalle antologie scolastiche.

Ricominciai a scrivere otto anni più tardi.

Non capiscono i poeti sperimentali che la poesia di Solone non la ricorda nessuno, non la legge nessuno, non commuove nessuno. Invece tutti leggono Saffo, ricordano Saffo, si commuovono per Saffo. Gli sperimentali sono saggisti non poeti. E la poesia è cosa ben diversa dalla sociologia e dalla scienza.

E i filologi? Pretendono di rinnovare la lingua e non capiscono che la lingua possono rinnovarla solo i poeti. Odiano Dante e gli rimproverano l’uso di un linguaggio facile, corrente.Ma trascurano che il tono di quel linguaggio era alto, sublime». Lo hanno definito vanesio, difficile, pieno di boria. Invece è affabile, cordiale, garbato.

Lo hanno descritto altezzoso, scostante, aggressivo. Invece è soltanto deluso. L’indifferenza che in Italia ostentano, nei suoi confronti letterati, accademie, circoli di cultura, una volta gli faceva dispetto. Adesso gli procura una sterile, rassegnata amarezza. Un sentimento che lo rende vulnerabile, positivo.

Le piccole vanità che si concede – sottolineare con dispettosa insistenza il Nobel, gli inviti a Cambridge e ad Oxford, i viaggi culturali in Russia e in America – sono in realtà la sua difesa, servono a rintuzzare la trascuratezza e le volontarie omissioni dei suoi colleghi italiani.

Ricorda con rammarico le serate al “Biffi” quando era appena giunto a Milano e i suoi amici si chiamavano Montale, Martini, Manzù, Marino. Con loro intrecciava conversazioni dense di cose, costruttive, entusiasmanti. Esisteva allora la circolazione delle idee. I giovani talenti se le scambiavano le idee, le discutevano, le analizzavano, le mettevano sotto accusa e non erano disposti a barattarle né per denaro, né per convenienza sociale.

«Adesso molte cose sono cambiate – la faccia stanca, lo sguardo affranto. – Gli scrittori sono legati alle case editrici e le case editrici sono sempre in conflitto.

Così gli scrittoti non si riuniscono più nei caffè, non si abbandonano più alle care sbadate, stimolanti conversazioni davanti ai bicchieri di assenzio, sotto lo sguardo affettuoso dei camerieri, non si sentono più legati dalla complicità di certe straordinarie affinità elettive, come avveniva un tempo. E poi, Milano oggi offre molto poco alla cultura: Milano oggi è una delle città più incivili d’Europa».

Azzarda timoroso le sue osservazioni e di ogni osservazione pretende conferma nella opinione degli altri. Parla per immagini. Con immagini ama rievocare i momenti della sua fanciullezza. Con immagini descrive gli aspetti più commoventi del paesaggio. E per ogni immagine sollecita un consenso, un sorriso.

«A Siracusa, nelle Latomie, gli aranci danno i frutti quattro volte all’anno. Mi piace credere che questi alberi risolvano la loro convivenza in un intenso abbraccio senza fine. È bella l’immagine, vero?» si informa il Poeta, tracciando nell’aria con la mano bianca e levigata, una figura incerta.

«La natura mi eccita. Non il paesaggio statico, fermo, convenzionale, da cartolina. Ma gli alberi, il mare, il cielo, la campagna in movimento. Come appaiono attraverso il finestrino di un treno in corsa. È bella l’immagine vero?». Si informa ancora, con ansia, il Poeta.

« Le donne mi piacciono femminili, morbide. Detesto le donne che vogliono sostituirsi ad ogni costo agli uomini. Le più belle sono le italiane. Le madrilene invece sono bruttissime. Non hanno armonia. Le tedesche sono rigide, le svedesi sono asessuate. Anita Ekberg? Un paradosso.

Tutta lievitata, tutta bionda, tutta spumosa. E dentro vuoto e spavento. Una volta le feci un’intervista. Lei era terrorizzata. Si sforzava di piacermi ed annaspava alla ricerca di parole, risposte, osservazioni. Un mito certo. Ma desolante. È bella l’immagine vero?», si informa, compunto, il Poeta.

Il Poeta adesso sbadiglia, facendosi schermo educatamente alla bocca, con un gesto grazioso della mano. Prima di andare a dormire esprime alcuni concetti fondamentali sulla condizione dei poeti: «Un vero poeta – dice con la voce che è diventata piccina, piccina – è sempre un vigilato speciale – e scuote la testa devastata dalla invereconda calvizie. – I veri poeti stanno sulla riva della giustizia. I poeti guardano il mondo, staccandosi dalla loro solitudine. L’ironia li salva dalla tragedia .

I poeti, i poeti, i poeti.

BIANCA CORDARO

Redazione, 20 ottobre 2019

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