LE BUTTANE DI AURELIO GRIMALDI

Aurelio Grimaldi, modicano, classe 1957, è uno degli esponenti più rilevanti del panorama cinematografico siciliano dalla seconda metà degli anni ‘80. Malgrado infatti il debutto alla regia con La discesa di Aclà a Floristella risalga al 1992, suo è il romanzo Mery per sempre da cui il regista Marco Risi trae la celebre pellicola omonima del 1989 e al quale lo stesso Grimaldi darà un seguito con Ragazzi Fuori (1990), scrivendone soggetto e sceneggiatura sempre per la regia di Risi. Con La Ribelle (1993), ma ancor di più con Le buttane (1994), Grimaldi entra definitivamente nel novero degli autori più impegnati dal punto di vista sociale, mescolando elementi di critica e di denuncia ad un modo di raccontare fortemente crudo e diretto. Il focus narrativo di Grimaldi verte infatti, essenzialmente, su quelle categorie di soggetti ai margini della società, presentate al pubblico con piglio descrittivo dal taglio neorealistico, abbondando di situazioni e particolari scabrosi con tutto il loro carico di drammaticità, discutibile ma certamente verosimile. Se in Mery per sempre e Ragazzi fuori si racconta la difficile vita dentro e all’esterno delle mura di un istituto penitenziario minorile, mentre in La discesa di Aclà a Floristella vengono messe in risalto le dure condizioni di vita dei cosiddetti “carusi”, i bambini costretti a lavorare nelle miniere, con Le buttane l’obiettivo della macchina da presa si sposta ora sul mestiere più antico del mondo. Una pellicola che è un autentico spaccato di vite vissute, una descrizione sfrontata e a tratti sconcertante ma quanto mai realistica che nulla lascia all’immaginazione. Perché quando si pensa alla prostituzione e a chi vive di questo espediente, la mente non osa andare oltre quelle scorciatoie cognitive che permettono di inquadrare il fenomeno a grandi linee. Grimaldi, con questo film, ci consente di squarciare il velo di Maya e gettare lo sguardo dove forse non vorremmo, per innata pudicizia o, semplicemente, perché la nostra morale ci impedisce (non a torto) di concepire il sesso a pagamento.

  In Le buttane, Palermo appare come città degradata, straniante e privata dei suoi colori. Non emana solarità, non emana calore. L’atmosfera è squallida e alienante, respingente nella rappresentazione dello sfondo in cui si muovono Bonuccia, Orlanda, Milù, Veronica, Blu Blu, Kim, Maurizio… i mercenari del sesso protagonisti della pellicola. Aurelio Grimaldi ce li presenta uno ad uno, nelle loro realtà quotidiane, quasi come fosse un documentario sulle loro vite e sul loro modo di approcciarsi alla professione, con una dovizia di dettagli e un tono perennemente grottesco e sopra le righe.

  Bonuccia (Guia Jelo) batte i marciapiedi di un viale assieme ad altre colleghe con le quali spesso nasce il battibecco. È una donna forte, sicura di sé, incredibilmente orgogliosa del suo essere e che non si sposerebbe neanche morta. Sembra non avere un protettore. È corteggiata da un giovane “con i picciuli” (Vincenzo Crivello) che paga profumatamente pur di trascorrere tutta la notte con lei nella speranza di sfondare la corazza che si è cucita addosso. Dopo una pizza e una camera d’albergo, il ragazzo rimarrà probabilmente l’unico che l’abbia mai trattata con rispetto.

  Orlanda (Ida Di Benedetto) è napoletana ma trapiantata a Palermo a causa di amori passati e riceve i clienti in casa sua. È sofisticata ma arcigna e anche un po’ razzista. Anche lei viene sottilmente corteggiata, da un ragazzo nordafricano che chiama in maniera sprezzante “turco”, insinuando persino una scarsa igiene personale. Orlanda ha un protettore burbero, violento e tre volte più razzista di lei, Mario (Luigi Maria Burruano) il quale non tarderà ad avere un alterco con il giovane extracomunitario, con esiti purtroppo drammatici.

  Veronica (Paola Pace) esercita invece in una casa d’appuntamenti gestita dal simpatico e “generoso” Toti (Giovanni Alamia) che offre alle sue protette panettoni e champagne per Natale e si lancia in esibizioni canore utilizzando come finto microfono un fallo di gomma. Veronica è bella e verace, anche lei con la fissa (giustamente) dell’igiene. A fine giornata è così stanca da addormentarsi letteralmente durante l’ennesimo, meccanico amplesso. Milù ha invece il volto di Lucia Sardo, anche lei “protetta” da Toti. Ha un figlio in istituto poiché incapace di provvedere alle sue necessità. È cinica e disillusa, segnata da un’esistenza difficile ma sogna di poter un giorno andare via lontano da Palermo e ricominciare assieme al bambino una vita dignitosa.

  Blu Blu (Sandra Sindoni) è la più giovane di tutte, dal carattere scontroso e invidiosa nei confronti delle colleghe a cui vengono persino regalati dei fiori. Ha un protettore arraffone a cui, a fine nottata, consegna l’incasso delle sue marchette, e non solo quello. Una volta rientrata a casa, quando fuori ormai albeggia, si scrolla via la pesantezza del suo mestiere con una doccia e va a dormire. Guai a svegliarla, potreste venire investiti da una scarica di imprecazioni ad alto tasso di turpiloquio e bestemmie!

  E poi, a margine, ci sono Kim la transessuale – impersonata da Alessandra Di Sanzo (ex Alessandro), che aveva già dato il volto a Mery nei due precedenti film di Marco Risi e che ha ora le fattezze di una donna avendo ormai intrapreso il percorso transgender – e Maurizio (Marco Leonardi) che si reca acasa di uomini facoltosi, arrivando persino ad uccidere per denaro.

  Le buttane ha il pregio di essere un film dalla fruizione poliedrica, elicitando nello spettatore reazioni alterne e differenti stati d’animo, passando dal sorriso alla riflessione seria nel giro di pochi minuti, il tutto grazie ad una visione talmente realistica da avvicinarla al cinéma verité. La scelta di farlo recitare interamente in dialetto stretto, con l’utilizzo sfrontato di un linguaggio sporco e locuzioni alquanto colorite, nonché di fotografarlo in un bianco e nero ruvido e grezzo corrisponde esattamente alla necessità di rendere il tutto meno finto e per nulla patinato. I dialoghi e le inquadrature restituiscono tutta la schiettezza dei gesti e dei dettagli anatomici: aspri, sguaiati, talora anche sgradevoli alla vista e alle orecchie. I clienti letteralmente avventati su pezzi di carne inerti e compiacenti, con i loro volti deformati dall’agognato piacere rappresentano, in questo senso, l’apoteosi della primordialità, dell’annullamento di qualunque dignità e slancio emotivo, in virtù di una mercificazione già perfezionata al momento del pagamento pattuito, magari dopo opportuna contrattazione. Aurelio Grimaldi confeziona un capolavoro di spregiudicatezza, forte anche dell’eccellente interpretazione di tutto il cast. Tutti gli attori sono infatti assolutamente convincenti e perfettamente calati nella loro parte, con menzione d’onore speciale per il grande Luigi Maria Burruano, purtroppo recentemente scomparso. Applausi anche per Lucia Sardo, Ida Di Benedetto, Guia Jelo (diminutivo di Guglielmina Francesca Maria Jelo di Lentini) e Paola Pace, per aver saputo caratterizzare al meglio delle proprie possibilità le donne protagoniste della pellicola.

 Presentato in concorso alla XLVII edizione del Festival di Cannes, Le buttane suscitò prevedibilmente non poco scalpore e molte polemiche. Molto apprezzato fu invece al Festival del Cinema di Rotterdam, dove vinse il premio della critica.

  Curiosità: la canzone sui titoli di testa e di coda è Eclisse Twist di Mina, qui come palese tributo al regista Michelangelo Antonioni che utilizzò lo stesso brano quale colonna sonora portante del suo film L’eclisse (1962).

MANUELA GIORDANO

Redazione, 9 ottobre 2019