Una bocca sigillata che non riesce a parlare. Una bocca che non può 'dire' il desiderio, che non può nominarlo poiché non lo conosce. Quanto di quello che noi desideriamo è reale? Quanto si perde nella frammentarietà del linguaggio?
«Io desidero il mio desiderio, e l'essere amato non è altro che il suo accessorio», così scriveva Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso. Buñuel, abile indagatore dei meccanismi psicologici, chiude la sua carriera con un film sul desiderio.
Il titolo deriverebbe da un romanzo francese cui si ispirò liberamente il cineasta, La donna e il burattino (La femme et le pantin, 1898) di Pierre Louÿs; in particolare da una frase del libro: "quel pallido oggetto del desiderio". Per Buñuel il desiderio diventa ''oscuro''.

E non è forse una caratteristica costitutiva del desiderio l'oscurità? O, per meglio dire, la sua ineffabilità. Quell'erotismo quasi morboso e inappagato, raccontato in Questo oscuro oggetto del desiderio (Cet obscur objet du désir, 1977), provoca nello spettatore non solo fastidio ma anche una certa dose di rabbia.
Perché un uomo di mezza età (Mathieu) dovrebbe perdere il senno per una giovanissima donna che sembra solo prenderlo in giro ad ogni scena? L'uomo non riesce a capirne la natura e questo lo terrorizza e lo attira inevitabilmente. Buñuel racconta in maniera ineccepibile l'inafferrabilità della tensione desiderante. Rivela in modo dissacrante che il desiderio dell'essere umano è rivolto, nostro malgrado, all'atto del desiderare e non già all'oggetto amato.
L'ambiguità della ragazza è rappresentata in maniera straordinaria dalla scelta di far interpretare lo stesso personaggio a due attrici differenti. Carole Bouquet è la vergine per antonomasia, con viso d'alabastro e portamento etereo, la ''Donna Angelo'' di cavalleresca memoria. Ángela Molina è la donna carnale, la sanguigna ballerina di flamenco. Eppure sono la stessa persona: Concecion, detta "Conchita" Perez, figlia di Encarnacion Perez, una madre che dà la figlia in pasto a chiunque pur di non lavorare e racimolare qualche soldo in modo losco.
Una donna che cresce da sola, Conchita, e da sola capisce che per sopravvivere ha bisogno di frammentare se stessa, per non essere interamente fagocitata dalla brutalità del mondo, per fare in modo che una parte di sé rimanga sempre in piedi, sebbene l'altra possa soccombere. Ha due personalità antitetiche eppure complementari: la ragazza acqua e sapone con un pantaloncino che è quasi una cintura di castità e la donna che balla nuda per tanti uomini, colei che deve tirare a campare in qualche modo: «Tutti sanno che le donne ballano nude per i turisti», dice Conchita Ángela a Mathieu.
Il tema del doppio non è nuovo nella filmografia di Buñuel, basti pensare a Bella di giorno, in cui una elegantissima Catherine Deneuve è, allo stesso tempo, una moglie frigida e una donna libera che vende la propria sessualità in un albergo e si riappropria di un piacere che sembrava esserle stato negato per tutta la vita.
Oltre all'ineffabilità del desiderio, Buñuel racconta anche la mutevolezza dell'essere umano, o meglio, la sua molteplicità. Siamo tutti Carole Bouquet e Ángela Molina, luci e ombre. Il nostro nome di battesimo racchiude un'infinità di sfumature e di ruoli che, durante il corso della vita, attraversiamo.

Mathieu (Fernando Rey, attore feticcio di Buñuel) è quasi un uomo burattino, il masochista per eccellenza, seppur inconsapevole. È innamorato di qualcosa che non conosce, desidera il suo stesso desiderio, che rimane oscuro fino all'epilogo. Pur di trepidare nell'attesa di un agognato incontro intimo con Conchita, Mathieu si fa umiliare, continuando a inseguire una donna che lo accoglie e lo respinge ad ogni passo. Eppure lui non demorde, sembra compiacersi di quella schiavitù, di un voluttuoso indugiare che si rivelerà interminabile.
Mathieu desidera una donna che non conosce e che anche fisicamente non è mai identica a se stessa. Non è tanto la mutevolezza dell'oggetto ad attrarre Mathieu ma la sua stessa inconoscibilità. Chi è Conchita? Chi è la donna che lui desidera?
L'ironia surreale del cineasta spagnolo riesce a raccontare con leggerezza le contraddizioni della psiche umana. Cresciuto in un collegio gesuitico, Buñuel porterà con sé per tutta la vita la voglia di ribellarsi alle regole prestabilite. Abile indagatore della complessità umana, ci fa riflettere sull'ineffabilita del desiderio e ci lascia con un quesito scomodo: che cosa si desidera in fondo se non il desiderio stesso? Buñuel si diverte fino alla fine della carriera col suo surrealismo straniante e amaro, lasciando il cinema con un film sugli incomprensibili e, ancora oggi fin troppo dogmatizzati, meccanismi della sessualità, proprio come ha fatto Kubrick con Eyes Wide Shut.
Jessica Di Bona