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Una recensione critica

Esiste una scatola nera quando si precipita nella disinformazione storica? E quest'ultima, può alterare la comprensione del passato? In generale, sono soltanto alcune delle tante domande che è legittimo porsi davanti al declino dell’informazione mediatica del nostro tempo, arrembata da fake news tonanti e fosforescenti, parafrasando D’Annunzio, che impongono una selezione drastica delle fonti, nel codazzo dei “lapis spuntati” in circolazione.

A tal proposito, dal 30 aprile 2025 sono tornate in onda e online su tutti i Canali del Servizio pubblico, le Pillole Rai “Uniti contro la disinformazione”, un’iniziativa di Rai Contenuti Digitali e Transmediali e Rai Ufficio Studi. Ma è sufficiente? La disinformazione investe oggi più che mai tutti gli ambiti dell’attualità e inquina l’ecosistema mediatico con manipolazioni e, talvolta, teorie cospirazioniste.

Non entusiasma il viaggio nell'approssimazione, ovvero la lettura del libro I Lumière di Sicilia (40due Edizioni, Palermo, 2024) di Sergio Ruffino, videomaker palermitano, nel quale non mancano svarioni che rischiano di svilire il tema. Sebbene il volume si presenti come una ricostruzione storica del cinema in Sicilia, lo stesso si rivela alla stregua di un gossip storico, rischioso per la correttezza della ricerca storica, generando confusione trai lettori.

Un testo segnato da inesattezze e svarioni

Il libro – finito di stampare in punta di fioretto nell'agosto del 2024, con un battage pubblicitario 'solenne' per aumentarne la percezione pubblica – dimostra una preoccupante superficialità metodologica e un approccio fatuo su anagrafica, genealogia e narrazione storica. Si dà il caso, però, che nell'autunno seguente siano stati pubblicati altri testi (cartecei e online) da un paio di firme aggiornate sul tema, e poi condivisi da enti accademici, festival prestigiosi e riviste specializzate (Giornate del cinema muto di Pordenone, Università Milano-Bicocca, Gran festival del Cinema Muto di Milano, AIRSC-Cineteca di Bologna, Cinecritica, etc.). Ed ecco che, – non potendo correggere il proprio libro già stampato (scripta manent!, purtroppo!) – Ruffino rettifica in Rete un po' di quanto ha scritto di suo pugno poco prima su carta, scomponendo l'ecosistema mediatico ancora di più. Per quale motivo non ha revisionato il proprio volume prima della pubblicazione, tutelando così la correttezza dell’Informazione? Non possiamo saperlo con certezza, ma con il susseguirsi delle incongruenze si rischia di smarrire il filo del discorso, a scapito, ancora una volta, del panorama mediatico.

Originalità in discussione: attribuzione a sé del conio altrui

A rendere ancora più problematica la valutazione di questo lavoro – che vorrebbe darsi una marcia in più, che però non entra – interviene la questione dell’originalità. Occorre ricordare che è comprensibile ispirarsi ad autori del passato per riformulare il titolo di un'opera. Ma in questo caso, il titolo scelto dal videomaker copia totalmente quello di un noto articolo pubblicato alcuni anni fa dal compianto Sebastiano Gesù – storico del cinema, passato a miglior vita nel 2018 – sul quotidiano La Sicilia del venerdì, 27 dicembre 1985. E, come se tanto non bastasse, il videomaker ne omette la paternità e se ne attribuisce indebitamente la creazione: «in un gioco di parole, nel contempo, con l’opera di Pirandello Lumie di Sicilia». L'accostamento iperbolico al Nobel agrigentino, visti i tempi, non sorprende. Invece stupisce la certezza del videomaker di farla franca, dando per certo che il lettore non conoscesse già l'articolo di Gesù. Non meno evidente è la somiglianza del disegno di copertina con quella di ben due volumi analoghi co-curati ancora una volta da Sebastiano Gesù – autore scomparso, ma vivo nella sua opera – usciti per Giuseppe Maimone Editore nel 1992 (Vd. Leonardo Sciascia) e nel 1994 (Vd. L’Isola negli occhi. Una mappa dei video makers siciliani): un dettaglio che rafforza la sensazione di un lavoro assemblato forzatamente più che pensato, e scarso di notizie di prima mano.

Pratiche mediatiche e comunicazione

Mutuando il diritto del lettore a non essere preso per il naso, la lettura de I Lumierè di Sicilia di Sergio Ruffino è evidentemente sconsigliata a chiunque voglia conoscere l'epopea del cinema in Sicilia in modo serio, perché il lettore rischierebbe di inseguire ulteriori rettifiche a ciclo continuo dell'autore. In aggiunta, non si può ignorare – con un sorriso amaro – come il lancio del volume abbia goduto di un curioso supporto internazionale: numerosi “like” alle pagine Social di Ruffino provengono infatti da angoli lontani e culturalmente distanti dall’Italia, come il Sud-Est asiatico (Indonesia? Malesia?...). Un’attenzione globale davvero encomiabile: un fenomeno che, purtroppo, rischia di trasformare la promozione culturale odierna in un gioco di specchi digitali, dove la realtà storica viene sostituita da una popolarità artificiale.

1. L'articolo di Sebastiano Gesù, apparso sul quotidiano "La Sicilia", venerdì 27 dicembre 1985, nel 90° del Cinématographe Lumière.

 

Come 'risarcire' la cultura cinematografica?

Recensendo un testo basato su un tema importante, come tutelare la propria conoscenza davanti all’ennesima celebrazione di un’idea stanca e autoreferenziale di cultura, incapace di spingersi oltre il già visto e il già detto? Tra pagine che sembrano scritte con la mano di chi non solo non illumina, ma addormenta, la narrazione è un esercizio privo di quella scintilla critico-sociale che dovrebbe animare la curiosità del lettore.

La scrittura tradisce una scarsa cura formale che mina la credibilità dell’intero lavoro. La superficialità emerge non solo nella forma, ma soprattutto nella sostanza: il registro si limita a un racconto piatto e ripetitivo, privo di quella profondità critica che dovrebbe animare un saggio storico-cinematografico. Le fonti sembrano usate più per riempire le pagine che per costruire un discorso coerente e incisivo, così come ignari nominativi si ritrovano elencati trai ringraziamenti nel colophon del volume.

Un testo dai latenti contenuti

L’assenza di una voce critica autonoma, capace di scuotere il lettore e di offrire una prospettiva originale, fa de I Lumière di Sicilia un’opera che si accontenta di essere un mero archivio di nomi e date contradditori, senza mai riuscire a trasformarsi in un contributo vivo e necessario alla storia del cinema siciliano. Un’occasione sprecata, insomma, che lascia il lettore più assopito che partecipe.

La Sicilia, terra di contraddizioni e fermenti culturali, ha bisogno di coraggio e radicalità, non di passerelle e défilé di luoghi comuni e retorica vuota. Ruffino sembra accontentarsi di un racconto a metà strada tra la cronaca celebrativa e il riassunto scolastico, senza mai riuscire a scalfire la superficie.

5. Copertina del libro recensito.

 

Après la lumière, l'obscurité

Si paventa l’imminente uscita di una seconda edizione? Pare di sì. La motivazione ufficiale addotta è un lodevole desiderio di “arricchire l’iconografia”, quasi che le immagini, per quanto preziose, fossero l’unico elemento mancante a un’opera altrimenti impeccabile. Resta da vedere se la seconda edizione – e forse anche la terza, la quarta, etc. – saprà finalmente offrire un contributo originale e rigoroso, o se si limiterà a un patchwork di citazioni già lette altrove, mascherato da aggiornamento. Vigileremo con attenzione, ovvero, col miglior "reagente chimico" contro la superficialità e la disinformazione.

«La memoria è fragile, e la sua trasmissione ancora di più. Ma è solo attraverso la memoria che possiamo imparare a non ripetere gli errori del passato.» (Tzvetan Todorov)

Questa citazione suona come un monito: la memoria storica è un bene indifeso, da maneggiare con cura e rispetto. Solo la sua salvaguardia potrà trasmettere intatto il suo valore a chi verrà dopo di noi.

 

Cesare Antonio Narcisi

 

 

 

 

Note redazionali generali: Per statuto, Archivio Siciliano del Cinema - ASCinema contrasta la divulgazione di fake news, come da normative del Ministero della Cultura, della Direzione Generale Cinema e audiovisivo. Inoltre, l'Ente aderisce e sostiene l’iniziativa "Uniti contro la disinformazione" che rientra nel percorso di alfabetizzazione digitale avviato da tempo dal servizio pubblico e si inserisce nella attività di media literacy in cui la Rai, attraverso il coordinamento di Rai Ufficio Studi, si è impegnata nel dar vita all’Italian Digital Media Observatory (IDMO): un consorzio cofinanziato dalla Commissione Europea, coordinato dall’Università Luiss Guido Carli che, oltre a RAI, vede la partecipazione di Tim, Cy4gate, T6 Ecosystems, NewsGuard, Ansa e Pagella Politica.

Analisi generale obiettiva dei rischi associati a pubblicazioni con errori storici e/o plagio

Per un’igiene dell’informazione generale, occorre ricordare che le pubblicazioni inclusive di errori fattuali, contaminazione delle fonti e appropriazione indebita di contenuti intellettuali comportano rischi multidimensionali, particolarmente rilevanti in ambito accademico e culturale. Più in generale e nel contesto editoriale scientifico nazionale e internazionale, qui di seguito si esaminano sistematicamente i principali pericoli comunemente diffusi:

1. Distorsione della memoria collettiva

La diffusione di ricostruzioni storiche inesatte genera una corruzione epistemologica nella trasmissione del Sapere. Come evidenziato nella storia degli errori scientifici, teorie erronee possono cristallizzarsi in narrazioni dominanti quando istituzionalizzate, richiedendo decenni per essere corrette. L'’“inquinamento delle fonti” citato compromette la catena di trasmissione storica, rendendo necessari futuri lavori di “bonifica storiografica” per separare dati verificati da interpretazioni infondate.

2. Conseguenze giuridico-accademiche

L’appropriazione di contenuti altrui configura un plagio intellettuale con implicazioni legali tangibili, aggravato dall’auto-attribuzione meritoria. La normativa italiana (Art. 171 LDA) prevede sanzioni che includono:

  • Risarcimenti economici proporzionali al danno.
  • Sequestro delle opere contraffatte.
  • Pene accessorie per violazione della proprietà intellettuale.
  • In contesti accademici, tali condotte possono comportare ritiro di pubblicazioni, declassamento di valutazioni e perdita di credibilità istituzionale.

3. Danni alla comunità scientifica

Tali pubblicazioni, immesse nell’editoria, compromettono il principio di verificabilità, pilastro della ricerca storica, e:

  • Creano “effetti a cascata” quando citate in lavori successivi.
  • Costringono a dispendiosi lavori di rettifica.
  • Danneggiano la reputazione delle istituzioni culturali coinvolte.
  • Le analisi sulla disinformazione dimostrano che contenuti inaccurati hanno maggiore virality (+30% rispetto a fonti verificate), specialmente tra pubblico non specializzato.

4. Impatto socioculturale

La letteratura storiografica inaffidabile alimenta fenomeni disinformativi con conseguenze concrete:

  • Frammentazione della coscienza storica collettiva.
  • Polarizzazione del dibattito culturale.
  • Sfiducia generalizzata verso gli studiosi.

In generale, questi rischi evidenziano come pubblicazioni carenti sul piano metodologico rappresentino non solo un problema accademico, ma una minaccia all’ecosistema della conoscenza. La combinazione tra errori fattuali, plagio e disattenzione alle fonti primarie crea un danno cumulativo che ostacola la corretta trasmissione del patrimonio culturale. La comunità scientifica deve rispondere con meccanismi di verifica rafforzati e politiche editoriali più rigorose per preservare l’integrità della ricerca storica.

La Redazione