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"Quando arrivò sulla spiaggia di Ostia non sapeva ancora di rimanere nella storia del giornalismo. Davanti a lui c'era il corpo di Pier Paolo Pasolini. Dietro di lui c'era l'Italia. In mezzo, soltanto un microfono della Rai."

Non tutte le morti coincidono con una perdita. Alcune arrivano dopo un lungo silenzio, quando una società ha già smesso di riconoscere i propri intellettuali. La scomparsa di Melo Freni appartiene a questa dimensione. Da qualche giorno i necrologi si rincorrono, le fotografie riaffiorano dagli archivi, gli aggettivi si moltiplicano. "Scrittore", "giornalista", "intellettuale", "maestro". Tutto vero. Ma anche terribilmente insufficiente. Perché il punto non è che Melo Freni sia morto. Il punto è che l'Italia aveva già smesso di ascoltarlo molto tempo prima. Lui era l'ultimo degli intellettuali, quando gli intellettuali erano pericolosi.

Eppure quel ragazzo di Barcellona Pozzo di Gotto aveva cominciato il suo viaggio nella direzione opposta rispetto a quella dei vagoni carichi di gelsomini destinati al continente. Ogni mattina il treno lasciava la vecchia stazione. Da una parte partivano i profumi della Sicilia. Dall'altra partiva lui. Destinazione Palermo.

Studente di Giurisprudenza, ospite dei Padri Redentoristi nel convento di Sant'Alfonso all'Uditore, comprese presto che il diritto sarebbe rimasto una parentesi. La cultura era il suo mestiere prima ancora di diventare la sua professione. Nel 1964 entrò nella sede RAI di via Cerda, traversa di via Ruggero Settimo, la nuova sede di viale Strasburgo non esisteva ancora; questa era una piccola officina di idee che avrebbe formato un'intera generazione di giornalisti. Alla radio condusse programmi come La nostra estate e Ping Pong insieme a Vittorio Albano e al giovanissimo Michele Guardì, mentre collaborava con Gazzetta del Sud, Giornale di Sicilia e La Sicilia. Dopo la laurea esercitò per breve tempo l'avvocatura, ma fu un'esperienza quasi accidentale. Il foro non poteva competere con le redazioni.

Vinse il concorso RAI e arrivò l'Italia vera. Quella degli anni di piombo.

Idroscalo di Ostia, Roma, 2 novembre 1975 - Melo Freni è il primo inviato della RAI sul luogo del delitto di Pier Paolo Pasolini (TG2 oretredici).

La mattina del 2 novembre 1975 una telefonata improvvisa lo spedì a Ostia. Su una spiaggia era stato assassinato Pier Paolo Pasolini. Fu il primo giornalista della televisione italiana a raccontare agli italiani, nell'edizione delle 13 del telegiornale, quello che ancora non era una notizia, ma soltanto un corpo sulla sabbia. Quella fotografia, oggi, vale più di molte autobiografie. Perché racconta un modo di fare giornalismo che non esiste quasi più. Si partiva. Si vedeva. Si capiva. E soltanto dopo si parlava. Freni apparteneva a quella razza di cronisti che non cercava l'inquadratura migliore ma la comprensione più profonda. Forse è anche per questo che la sua carriera prese naturalmente la strada della cultura.

Intervistò Marta Abba quando ormai era diventata la custode vivente dell'ultimo Pirandello, realizzando poco dopo il documentario Sulle corde di Pirandello, preziosa testimonianza girata appena due anni prima della scomparsa dell'attrice. Frequentò Eduardo De Filippo, Romolo Valli, Alberto Lattuada, Riccardo Cucciolla, Alberto Lupo, Giancarlo Menotti, Rafael Alberti, Eughenij Solonovich, Denis Mack Smith, Tullio De Mauro, Lucio Piccolo, Gesualdo Bufalino, Leonardo Sciascia e decine di protagonisti della cultura europea. Ma sarebbe un errore ridurre tutto a un elenco di nomi illustri. I grandi non cercavano Melo Freni perché fosse un intervistatore. Lo cercavano perché parlava la loro stessa lingua.

Con Leonardo Sciascia il rapporto divenne qualcosa di più di una semplice amicizia. Era una consuetudine intellettuale, una continua verifica del pensiero. Entrambi diffidavano delle mode culturali, entrambi erano convinti che il primo dovere di uno scrittore fosse disturbare le certezze. Lo stesso principio attraversa tutta la sua produzione narrativa.

Marta Abba e Melo Freni nel 1982.

La famiglia Ceravolo, pubblicato nel 1980 e poi trasposto per la RAI cinque anni dopo, è probabilmente uno dei romanzi più sottovalutati della letteratura italiana contemporanea. Se Tomasi di Lampedusa aveva raccontato la sostituzione dell'aristocrazia con una borghesia priva di nobiltà culturale, Freni osservò il passaggio successivo. La borghesia stessa veniva rimpiazzata da una classe parvenu, edonista, consumistica, incapace di produrre valori e interessata soltanto a consumarli.

A rileggerlo oggi, più che un romanzo sembra un referto. Ed è forse questo il motivo per cui, nelle sue ultime interviste, non si percepisce amarezza ma una forma più dolorosa di lucidità. Il 9 luglio 2025, davanti alle domande di Fabrizio Catalano, nipote di Leonardo Sciascia, parlò del fallimento della cultura italiana senza cercare attenuanti. Poche settimane dopo, il 16 agosto, durante oltre quattro ore di conversazione che ebbi il privilegio di registrare in vista della sua biografia, ritrovai lo stesso uomo. Nessuna indulgenza. Nessuna nostalgia. Nessun vittimismo. Soltanto una diagnosi. Mi raccontò Barcellona Pozzo di Gotto, Castroreale, Milazzo, Messina, Palermo, Roma. Gli incontri, i viaggi, la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, il Sud America, i Premi Nobel, la RAI, gli scrittori, i teatri. Ma soprattutto mi raccontò il progressivo impoverimento del dibattito pubblico. La sua non era la lamentazione di un anziano intellettuale. Era la constatazione di chi aveva attraversato settant'anni di cultura italiana vedendone prima la grandezza e poi la lenta evaporazione. Forse aveva ragione lui. Perché oggi tutti ricordano le sue opere. Pochi sembrano aver raccolto il metodo con cui le costruiva.

Legato da una forte comunanza di idee, con Eduardo De Filippo Melo Freni condivise un rapporto che andò oltre la cronaca e l'intervista, trasformandosi in una duratura consuetudine di dialogo e reciproca considerazione.

Eduardo De Filippo, Romolo Valli e Melo Freni nel 1981.

Con Eduardo non ebbe soltanto un rapporto professionale, ma una vera consonanza culturale. I due condivisero una comune idea del teatro come luogo di verità, memoria e coscienza civile, lontano da ogni facile spettacolarizzazione. Da questa sintonia nacquero diversi progetti comuni e un dialogo alimentato da una profonda stima reciproca. La fotografia restituisce uno dei tanti incontri fra due uomini di cultura uniti dalla convinzione che l'arte dovesse continuare a interrogare l'uomo e la società.

Non fu solo un testimone del Novecento culturale italiano, ma uno dei suoi ultimi interpreti consapevoli. Niente mondanità in agenda, ma incontri con uomini e donne che avevano qualcosa da dire sul proprio tempo. Da Eduardo De Filippo a Leonardo Sciascia, da Gesualdo Bufalino a Lucio Piccolo, da Marta Abba ai grandi protagonisti della scena internazionale, Freni cercava la profondità del pensiero. Apparteneva ancora a una stagione in cui una conversazione poteva diventare un atto critico, un'intervista un confronto autentico, una forma di conoscenza.

Melo Freni apparteneva a una specie quasi estinta: gli intellettuali che non cercavano consenso ma confronto, che non inseguivano il potere ma la libertà di contraddirlo, che consideravano la cultura non una decorazione sociale ma uno strumento di responsabilità civile. Per questo la sua morte non rappresenta soltanto la scomparsa di uno scrittore. Segna probabilmente la fine di una genealogia.

E forse, senza accorgercene, anche di un'idea stessa di intellettuale.

 

 

Antonio La Torre Giordano

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