VITTORIO DE SICA, RITRATTO DI UN GRANDE ARTISTA

Regista e attore. Gli amici e gli uomini di spettacolo che più gli sono stati vicini lo ricordano con testimonianze inedite

    Vittorio De Sica, morto nel lontano 1974, era legato al suo pubblico da uno straordinario magnetismo. E chi lo ha accompagnato nella sua carriera ha qualcosa da ricordare.

    Sergio Amidei, sceneggiatore di Sciuscià (1946): «De Sica, ciociaro, aveva la forza e la durezza dei ciociari: riusciva a far recitare anche i paracarri. In Ladri di biciclette fece recitare Lamberto Maggiorana, che era un operaio della Breda. Di Sciuscià ricordo quando andammo a vedere il carcere minorile di Porta Portese. Di fronte a quelle sbarre, a quei bambini che stavano dietro, ai loro grandi occhi slargati dalla paura e dalla miseria, De Sica, in un momento di commozione, disse: “Gli italiani impareranno”. Era veramente convinto che, una volta visto il film, gli italiani avrebbero levato dalla faccia della terra quell’orrore. Il carcere minorile di Porta Portese rimase lì a lungo, invece.»

    Luigi Comencini, regista di Pane, amore e fantasia (1953) e Pane, amore e gelosia (1954) interpretati da De Sica: «Nel ’46, da poco critico cinematografico dell’Avanti!, andai a vedere Sciuscià con una certa indifferenza. Invece, Sciuscià mi sconvolse e capii di colpo che si era aperta una pagina nuova nel cinema italiano. Per la prima volta un film era lo specchio della realtà, uno specchio ironico, affettuoso, ma anche spietato. Lo considero il più grande regista italiano, anche se ha fatto tanti brutti film perché non è stato capace di fermarsi al momento giusto.»

    Roberto Rossellini, amico di De Sica da sempre: «Vittorio ha pagato il suo successo duramente. Quando facemmo quei film passati alla storia del cinema sotto il segno del neorealismo fummo bistrattati, maltrattati dalla critica, attaccati politicamente. E lui ci soffriva. Quel che gli ha permesso di reggere è stata la sua innata ironia, la capacità intuitiva di vedere sempre il lato burlesco di tutte le cose.»

    Alberto Sordi diresse De Sica attore in Un italiano in America (1967): «Con lui mi sono fatto le più matte risate della mia vita. Insieme ci siamo divertiti come bambini. Mi ricordo che avevo preso l’abitudine, quando camminavamo fianco a fianco, di dargli sulle spalle delle piccole spinte con la mano, per gioco. E lui rispondeva invariabilmente: “E daje Alberto, nun me spigne, è tutta la vita che me spigni“. Questo semplice scherzo ci faceva ridere come scolaretti. Una volta per un pelo non la combinammo grossa. Si inaugurava lo stabilimento della De Laurentiis, una cosa colossale, e Fanfani era venuto a mettere ritualmente la prima pietra. De Sica era piazzato proprio dietro a lui. Allora io non resistetti e gli diedi una spinta, forte. De Sica perse l’equilibrio e il suo gran corpo andò a cadere sopra il piccolo Amintore. Cl fu un momento di gelo. Ma De Sica rialzandosi e aiutando il senatore a rimettersi in piedi grido: “È stato lui, è stato lui, Sordi. Mi sta sempre a spigne. È tutta la vita che me spigne“. E tutti giù a ridere. Anche Fanfani.»

    Carlo Ponti, produttore di molti film di De Sica fra cui La ciociara (1960). «Della sua passione per il gioco non capivo, per esempio, perché fra tutti lui amasse soprattutto la roulette, il più freddo, il più impersonale di tutti. Me lo spiegò lui. Dal gioco voleva solo un’emozione diretta, immediata, brutale, da consumarsi in pochissimi minuti: un sì o un no. Il resto non lo interessava. Ha perso miliardi alla roulette. Era un candido. Solo uno così può intestardirsi e, al limite, rovinarsi.»

MASSIMO FINI

Redazione, 31 ottobre 2019

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