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Pearl (2022), prequel di X, diretto da Ti West, racconta la nascita di un mostro, ma attraverso una lente insolita, quella dell'innocenza. Non l'innocenza pura, ma una forma corrotta, acerba, incapace di comprendere la distinzione tra bene e male. Pearl, interpretata da una Mia Goth in stato di grazia, fragile e spaventosa al contempo, non è tanto una donna crudele, ma una creatura amorfa che agisce come se la morale non esistesse o, più precisamente, come se non la conoscesse.

Una vita apparentemente tranquilla e condensata di rituali è la vita della protagonista, che torna ad abitare nella fattoria dei genitori perché il marito è andato in guerra. Ambientato nel 1918, durante la fine della Prima guerra mondiale, Pearl è un incubo a colori vivaci, una caduta disperata nella natura più oscura dell'essere umano. La giovane donna torna a vivere con il padre catatonico e la madre anaffettiva e taciturna; è circondata dagli animali, alcuni vivono nel fienile. Nel fiume che scorre a valle si trova un alligatore (Theda), che sembra essere un alter ego di Pearl: silenzioso e implacabile, con estrema naturalezza, divora e inghiotte tutto ciò che gli va incontro.

La ragazza sembra vivere nel proprio mondo interiore, fuori dal giudizio esterno, senza sensi di colpa o rimorso. I suoi atti violenti non sono premeditati, ma sono mossi da un bisogno elementare, infantile, di ottenere ciò che desidera. Quando la realtà non si piega ai suoi sogni di gloria, lei reagisce con la brutalità con cui un bambino rompe un giocattolo che non funziona più. È puro impulso.

La germinazione del male in Pearl inizia presto, probabilmente già nell'infanzia, ma i frutti si vedranno nell'età adulta, quando inizierà a sfamare il ''suo'' alligatore con gli animali che uccide e per i quali non prova alcuna compassione. Il suo aspetto infantile, da Lolita infernale, racconta perfettamente la

tragedia di questa donna rimasta bambina. Pearl è crudele perché non conosce altro modo di esistere. Una fame di amore e riconoscimento la consuma, ma non è in grado di contenere ed elaborare il rifiuto o la sconfitta. Come un animale ferito o un bambino ignorato, agisce secondo l'istinto, non conosce alcun codice morale.

Il film - che si snoda attraverso riferimenti a cult horror e non, come Psycho (1960), Non aprite quella porta (1974), Il mago di Oz (1939) - è pervaso da un'atmosfera asfittica e straniante, amplificata dalla fotografia satura e dai toni fiabeschi che stonano con la violenza. Non ci si aspetta che avvenga qualcosa di brutto alla luce del sole. L'eccessiva saturazione del colore è ingombrante, come se da un momento all'altro i colori potessero prendere fuoco. Pearl sogna di cambiare la sua vita e diventare una ballerina, come quelle che vede al cinematografo: «A me non piace la realtà, non quella che vivo io almeno», confessa alla sua amica.
Abita un sogno o, sarebbe meglio dire, un incubo, un mondo rovesciato in cui il suo animale domestico è un alligatore che lei stessa sfama con carcasse di altri animali; un incubo in cui il suo amante è uno spaventapasseri, l'unico che riesce ad amare, nella sua raggelante solitudine. Lei può amare solo un fantoccio, qualcuno che non esiste e che pertanto si piega alla sua volontà: un oggetto inanimato.

La fattoria è il suo mondo, il suo intero mondo, piccolo e coloratissimo. Sogna una vita da star, ma il suo sogno è deformato poiché lei stessa è un essere deforme, una maschera grottesca, come testimoniato dal monologo finale: lungo, tremendo. Quel monologo è la confessione di un'anima che non capisce di essere colpevole, ma solo ''diversa''. Quel sorriso finale, isterico, quasi impossibile, è il sorriso di un animale che non sa sorridere, che non può sorridere.

Pearl non si sforza di fare il male, incarna la forza brutale che travolge ogni cosa, è il Male puro, la natura violenta; è come una bambina che non conosce la morale e si difende da un mondo che la schiaccia. Che valore ha il male morale senza l'essere umano? Cosa succede quando il male nasce dall'assenza assoluta di coscienza? Pearl è regredita a uno stato quasi animale in cui non esiste, quindi, la distinzione tra bene e male.

Lei riconosce solo la paura, come gli animali uccide per sopravvivere e mettersi al riparo. L'unico momento in cui vive davvero è il momento dell'audizione: è raggiante, mentre le bombe della messinscena bellica dietro di lei esplodono. Vive davvero soltanto quando interpreta qualcuno, quando la sua fantasia prende forma, per il resto del tempo non esiste. Vestita di rosso si perde in urlo disperato, ferino, quando non verrà scelta per il ruolo.

Il paradosso di Pearl è proprio questo: non è priva di emozioni, ma non possiede la struttura per gestirle. È affamata d'amore, ma incapace di concepire l'amore come qualcosa che vada oltre sé stessa. Quando viene respinta, non riesce ad elaborare il rifiuto, reagisce in modo animalesco. Non è un caso che molte scene del film evochino la crudeltà della natura: la carcassa dell'oca, la stalla, l'atmosfera bucolica, e quel maialino divorato dai vermi che campeggia vicino alla porta di casa, come una metafora della sua esistenza che pian piano si decompone. Pearl si disperde in quel paesaggio, diventa un tutt'uno con la natura violenta: bella e inquietante, letale e innocente.

 

Il monologo finale è il momento in cui tutto questo emerge con chiarezza: Pearl non sa cosa sia la colpa, parla come se stesse confessando i suoi sogni infranti, non i suoi crimini. La forza di questo film sta tutta nella rappresentazione cruda e brutale del male, senza macchinazioni: Pearl è l'oscurità
che non può essere spiegata.

In definitiva, Pearl è un incubo a colori da cui ci si sveglia a fatica, è l'alligatore che nel sonno ci divora silenziosamente, è una fiaba nera in cui il Male è solo una parte del ciclo vitale senza retroscena nascosti, in tutta la sua inquietante presenza irrazionale.

 

Jessica Di Bona