PAOLO IL CALDO (1973) – MARCO VICARIO

Marco Vicario “rilegge” Vitaliano Brancati in quello che è stato il suo ultimo romanzo, Paolo il caldo, per Bompiani Ed. nel 1955. Purtroppo incompleto degli ultimi due capitoli ma del quale lo scrittore siciliano aveva comunque autorizzato la pubblicazione postuma. Come già fu per Don Giovanni in Sicilia e Il bell’Antonio – entrambi già trasposti per il cinema relativamente da Alberto Lattuada nel 1967 e da Mauro Bolognini nel 1960 – anche in Paolo il caldo viene trattato il tema della sessualità come elemento cardine attorno a cui ruotano le esistenze dei protagonisti. 

Il cosiddetto “gallismo”, ossia quella condizione di slancio ed intraprendenza erotica che si traduce in azioni di fierezza per il maschio, notoriamente vanesio, ma invadenti ed insistenti nei confronti dell’universo femminile. Esattamente come fa il gallo dentro un pollaio. Con Paolo il caldo avviene però un sostanziale cambiamento nell’affrontare la tematica già presente nei due precedenti romanzi, investendola ora di connotazioni negative che vengono estremizzate verso una situazione patologica: l’ipersessualità. Il film del 1973 si conforma così alla nuova accezione conferita da Brancati. Gli istinti sessuali del maschio adesso non sono più oggetto di umorismo: si capovolge il punto di vista che adotta una chiave di lettura più seriosa sulla mania che diventa ossessione e che, a sua volta, conduce ad una inevitabile sofferenza.

Giancarlo Giannini veste i panni del protagonista, Paolo Castorino, cresciuto in una famiglia numerosa dell’aristocrazia catanese nel periodo antecedente il secondo conflitto mondiale. Fin da piccolo si mostra fortemente curioso nei confronti della sessualità e fa le sue prime esperienze con la domestica Giovanna (Ornella Muti). Col tempo Paolo si rende conto di aver in qualche modo ereditato le manie dei suoi congiunti, in particolar modo dal nonno arrogante (Lionel Stander) e il collerico zio Edmondo (Gastone Moschin). Il padre Michele (Riccardo Cucciolla) è invece un uomo equilibrato che propugna idee socialiste e rappresenta il modello ideale che il figlio vorrebbe seguire. Quando quest’ultimo muore, Paolo decide di trasferirsi a Roma per tentare di affrancarsi dalla difficile situazione familiare ed essere un uomo migliore ma, una volta giunto a destinazione, ciò gli risulta particolarmente problematico. Passerà infatti da una relazione all’altra, tutte caratterizzate dalla sua incontenibile esuberanza, finché un altro lutto occorso in famiglia non lo costringerà a tornare in Sicilia.

La particolarità della pellicola di Vicario sta in quella fusione di dramma e commedia, calibrando i momenti più genuinamente comici e distensivi a situazioni obbiettivamente più seriose e di un certo spessore anche emotivo. Paolo è infatti un erotomane consapevole di esserlo e di cui riconosce l’aspetto morboso (emblematica è la trovata di cucirsi la patta dei pantaloni come deterrente nei confronti delle tentazioni), tuttavia non può fare a meno di sollazzarsi in relazioni sessuali da cui cerca di trarre gaudio e al contempo dare prova della sua virilità, finendo però per ritrovarsi in situazioni tormentate, come il difficile rapporto con Lilia (Rossana Podestà). L’aspetto erotico è un elemento preponderante nell’economia della pellicola e viene palesato non tanto dalla presenza abbondante di nudi, quanto piuttosto dal senso generale ravvisabile come una filigrana, oltre che dal tono dei dialoghi anche piuttosto espliciti. Tutto sembra convergere verso un’unica direzione, che corre parallelamente sugli stessi binari di una sorta di introspezione psicologica e che non pare serbare alcun lieto fine. Paolo, infatti, dopo il suo ritorno a Catania convolerà a nozze con Caterina la quale, però, non sentendosi adeguata finisce per abbandonarlo al suo dramma. Il dramma di un uomo che, rimasto da solo, non può far altro che contemplare la sua miserabilità, evocata in tutta la sua potenza visiva proprio nell’ultima sequenza. Una presa di coscienza d’infelicità, tra le lacrime che gli rigano il viso mentre guidando passa in rassegna di alcune prostitute che gli fanno il verso con la lingua.

Magistrale, come sempre d’altronde, l’interpretazione di Giannini che riesce ad infondere al suo personaggio la carica melodrammatica necessaria, suscitando al tempo stesso umorismo e commiserazione. Perfetti i comprimari che costituiscono un cast di tutto rispetto, da Gastone Moschin a Lionel Stander a Riccardo Cucciolla. Piccola ma significativa parte per una bellissima Ornella Muti, che si mostra sovente svestita e generosa, e cameo di Barbara Bach (nel ruolo della nipote del farmacista e madre di Caterina) e Femi Benussi (nei panni di una prostituta).

Dal punto di vista puramente estetico la pellicola è molto ben confezionata, potendo vantare sontuose ed eleganti scenografie d’epoca (siamo negli anni ‘40), curate da Flavio Mogherini. Bello inoltre il commento sonoro con le musiche composte dal maestro Armando Trovajoli. Le riprese sono state effettuate a Catania e nel piccolo comune di Forza D’Agrò, in provincia di Messina.

MANUELA GIORDANO

Redazione, 21 ottobre 2019

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